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FILM D'AUTORE/ Il regista Zanussi: un film su Wojtyla per mostrare che la santità è qualcosa di comune

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Andando più a fondo del suo modo di fare cinema, in alcune interviste rilasciate in Italia parla molto del rapporto scienza-fede: lo studio della fisica, dice, ha influenzato alcuni suoi film e la conoscenza scientifica di per sé apre al riconoscimento del mistero. Un’affermazione che in Italia fa sicuramente scalpore. Ci spiega come questo si declina nella sua vita e nel suo mestiere?

Credo che questo sia un fenomeno tipicamente italiano perché se pensiamo a un grande fisico come Einstein, la sua sensibilità metafisica è fuori di dubbio, anche se non necessariamente legata a una confessione religiosa: Einstein non era attaccato a nessuna confessione, essendo ebreo ma non osservante, tuttavia aveva questa sensibilità per il mistero. Credo che solamente le scienze umane siano rimaste un po’ indietro, ancora all’Ottocento con queste false certezze. Ritengo che il postmodernismo, tra tanti danni, abbia avuto però il solo merito di far cadere le certezze del marxismo e l’atteggiamento ottocentesco verso la realtà che sembrava tutta chiara e penetrabile. All’epoca della fisica classica sembrava che quasi tutto fosse spiegato. Oggi sappiamo benissimo che tutto quello che avevamo preso per certo contiene in sé grandi dubbi: le particelle elementari non sono più elementari.

Quindi l'alternativa alle certezze della fisica classica sarebbe una posizione relativista che mette in dubbio tutta la conoscenza?

No, anzi, stiamo scoprendo sempre di più come il processo dinamico del mondo sia pieno di misteri. Questo fatto mi rende umile: credo che l’uomo semplice, l’uomo della strada trovi quest’umiltà quando è vicino alla natura. Basta l’esplosione di un vulcano e per una settimana non prendiamo aerei e subito dobbiamo renderci conto di come l’uomo sia debole su questa terra. Invece, quando pensiamo di avere una vita facile grazie alla tecnologia, ci illudiamo di essere potenti, mentre basta poco a smentire tutto. In quasi tutti i miei film c’è la domanda sul senso della vita, dove lo si possa trovare. Queste domande sono state formulate dalla filosofia greca classica e sono molto caratteristiche della nostra cultura europea, ma toccano tutta l’umanità. Domande come: «perché io sono?», «perché esisto?», «questa esistenza ha un senso o è un caos totale?».

Si può dire che questa sia la domanda di fondo anche del suo ultimo film Rewizyta/Revisited che verrà proiettato il 5 giugno in sua presenza al Bellaria Film Festival?

Sicuramente questo è il tema. Un argomento legato anche alla mia vicenda personale, perché si arriva a settant’anni con la domanda: che cosa vuol dire la vita compiuta? Chi ha giocato bene la vita e chi ha giocato male? Tutti siamo giocatori in questa partita con il destino e questa credo sia la preoccupazione che mi ha spinto a fare questo film.

 

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