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LA RAGAZZA DEL LAGO/ Il film di Molaioli dove il thriller diventa cammino esistenziale

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Un fotogramma del film "La ragazza del lago"  Un fotogramma del film "La ragazza del lago"

La violenza nel film di Molaioli non nasce dal disagio sociale, perché a Molaioli fondamentalmente, del disagio sociale importa poco. In anni dove giornali e telegiornali per raccontarci gravi fatti di cronaca si aggrappano ai piccoli drammi familiari e a tutto ciò che rende ancora più scabrose le vicende, il regista fa la coraggiosa scelta di mettere in piedi un thriller intimo e pacato, dove l’indagine del commissario Sanzio è un cammino esistenziale che sfocia nella scoperta di un dolore così profondo, intimo e reale a cui anche gli stilemi del thriller e del noir sono costretti a piegarsi.

 

Immerso nella fotografia glaciale e livida di Ramiro Civita, la cui atmosfera è amplificata dalle musiche stranianti di Theo Teardo, La ragazza del lago rivela anche la bravura di Molaioli di direzionare gli attori, su cui spicca un Toni Servillo la cui interpretazione compassata e dolorante, si rivela essere per il film un fondamentale valore aggiunto.

 

Così come rivedere Fabrizio Gifuni lontano dalle anestetizzanti fiction di Rai 1, con un’interpretazione sofferta e reale, non può che renderci ancora più grati di questo piccolo film che, fortunatamente, è riuscito a trovare un posto (senza essere relegato a orari improbabili) anche nella nostra televisione generalista.  



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