BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

FISH TANK/ Il film sociale e impegnato per chi ama il cinema indipendente

ALVARO RISSA ci parla di Fish Tank, film che ha vinto il Gran Premio della Giuria del Festival di Cannes lo scorso anno

Una scena del film Fish Tank Una scena del film Fish Tank

Mica facile, essere una 15enne della suburba inglese senza padre e con una madre che sarebbe meglio non avere. Facilmente si finirebbe come Mia, la protagonista del film inglese “Fish Tank”, che passa le sue giornate ubriacandosi di sidro, tirando testate alle sue coetanee, ballonzolando senza talento sui ritmi hip-hop, cercando di liberare un cavallo malnutrito, sfuggendo a gomitate da un tentativo di stupro.

 

Il film non è che ingrani proprio in quarta: l’inizio è lento, un po’ sfilacciato, molto “indie” ma non nel senso buono, e fa crescere nello spettatore il sospetto di essere davanti a un’opera di intento sociale (sospetto fomentato dal Gran Premio della Giuria che il film ha vinto a Cannes l’anno scorso).

Una delle grandi verità non dette del cinema contemporaneo è che i film sociali e impegnati piacciono ai critici, piacciono ai giornalisti, piacciono ai giurati dei festival e, da noi, piacciono in certi giri romano-milanesi un po’ “fighetti” (quelli che hanno tutto Kiarostami in BluRay ma non hanno mai visto “Matrix”), ma spesso sono di una noia letale.

Uno è lì, seduto in sala, e nelle intenzioni del regista dovrebbe struggersi per il gravissimo problema social-politico-economico-cultural che gli vien sciorinato davanti, mentre quello che sta pensando è: “Ma con i soldi che spendo stasera, quanto cianuro avrei potuto comprare?”.

Ecco, per un po’ il sospetto sussiste, in “Fish Tank”, quando, a metà primo atto, arriva una gradita sorpresa: Mia s’invaghisce dell’ultimo fidanzato di mammà, e la storia, da ritratto sociale cupo ma un po’ risaputo, vira verso mete più “character driven”, ossia mosse dallo sviluppo dei personaggi. Mia comincia a cambiare, e riusciamo a intravedere qualcosa, sotto l’armatura ferrigna della sua costante aggressività.

Poi, di nuovo, tutto sprofonda nell’abisso, nel finale Mia, madre e sorella si dicono addio ballando al ritmo di “Life’s a bitch and then you die” (“la vita è stronza e poi muori”) ma con dentro qualcosa che assomiglia alla speranza, anche se non è chiaro da dove è arrivata e se resisterà.

PER CONTINUARE A LEGGERE L’ARTICOLO CLICCA IL PULSANTE >> QUI SOTTO