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AFFETTI E DISPETTI (LA NANA)/ Il film sull’importante guerra quotidiana per sentirsi amati

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Catalina Saavedra, protagonista del film  Catalina Saavedra, protagonista del film

La frustrazione fa capolino dietro ai gesti quotidiani: lenzuola sporche diventano sopruso e minaccia, il disinfettante vessillo d’odio e chiusura. Dietro alla marca di un golf cova il rancore di classe che avvelena. L’inferno domestico esplode lasciando vittime simboliche sul campo di battaglia: il veliero del padre distrutto, il gattino di Miranda defenestrato, l’umiliazione delle altre domestiche. La guerra culmina nella zuffa selvaggia con la troglodita Sonya, cinico e rude donnone dai grandi polpacci che, rimasta fuori, assalta la casa come una fortezza e si avventa furiosa su Raquel.

 

Ma ecco, come uno spiraglio di liberazione, arriva Lucy, lo sguardo limpido e sicuro di chi sa di essere amato, reagisce ai tiri di Raquel con ironia, denudandosi in giardino e rimarcando che lei, in quella casa, non ci vuol certo ammuffire. Che la sua vita è altro.

 

Piange sul rancore cieco di Raquel e abbraccia il suo bisogno famelico di essere amata. Smaschera il vizio della collega, il modo soffocante di voler strappare l’affetto come un cane sotto il tavolo, una dedizione storta, che nasce dalla solitudine e dall’insicurezza. Lucy invita Raquel dai suoi per Natale: la accoglie una chiassosa famiglia allargata, col calore gioioso e così poco borghese che immaginiamo nelle case sudamericane.

 

Tra lo srotolarsi sterminato dei campi e la goffa scoperta dell’erotismo, il mondo di fuori irrompe nella vita di Raquel, squarciando lo spazio claustrofobico di casa Valdès. Sotto lo sguardo di Lucy la cameriera inizia a respirare, a vivere i rapporti con libertà, ad avere nostalgia della sua vera casa. Tutte cose che si scoprono solo quando si è amati.

 

Un film fatto di poco, di corpi denudati nella propria misera umanità, nel bisogno d’amore che può tradursi in brama cannibale. Un racconto persino fastidioso nel lento e preciso inseguire le bassezze quotidiane che punteggiano ogni convivenza.

 

Un film talvolta anche noioso ma profondamente vero nel denunciare il lato oscuro dell’amore, la violenza di quando s’impone all’altro di riempirci la vita e si finisce con l’odiare. Nel finale, la corsa di Raquel, nata come goffa imitazione, ci richiama alla mente le parole di Gaber, contro ogni imborghesito cadersi addosso nell’angusto spazio delle proprie case: “Bisogna ritornare nella strada per conoscere chi siamo”.

 

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