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MICHELE SANTORO/ Annozero, reazioni alla lettera inviata ieri al direttore della Rai

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MICHELE SANTORO ANNOZERO
– Il Giornale, in particolare, in un articolo di Paolo Bracalini, lo definisce “Santorescu” ironizzando sul dittatore romeno Ceacescu. Il Giornale sottolinea che Santoro grazie all’aura di martirio di cui è maestro che gli ha procurato audience e share, si “autorinnova il mandato televisivo includendo se stesso nei programmi dell’anno a venire. Con un tono perentorio che i suoi collaboratori conoscono benissimo, a meno di non far parte della «Cupola», come in Rai chiamavano il cerchio ristretto dei fidati di Don Michele. Sembra di indovinare, nel campione dell’antibavaglio Santoro, un ego talmente vasto da farli sopportare male le decisioni avverse o le critiche”.

Il Giornale ricorda poi che Santoro, infastidito da un articolo su di lui, aveva fatto causa quattro anni fa a un giornale, La voce di Romagna. Nell’articolo si diceva come la moglie del giornalista “Sanya Podgayansky, sia figlia della seconda moglie di Iliano Annibali, famoso imprenditore della zona, proprietario di uno yacht, di una lussuosa villa a Covignano e con ottimi rapporti con San Marino. Insomma l’identikit perfetto del generico j’accuse santoriano ad Annozero. Una provocazione (meglio, «una operazione speculare a quella utilizzata da Annozero» scrive il giudice), che però Santoro aveva preso malissimo, citando in giudizio l’editore (Giovanni Celli, fratello dell’ex direttore generale Rai, una maledizione proprio...) e il direttore, con una richiesta di risarcimento danni esorbitante: 6 milioni e 200mila euro. La Voce aveva anche raccontato altri dettagli del Santoro in versione romagnola: i suoi soggiorni al Gran Hotel di Rimini (simbolo del lusso in Riviera), i lavori di ristrutturazione di una villa vicina a quella del suocero Annibali, sul colle di Covignano. Quanto basta per far infuriare il difensore della libera stampa e fargli chiedere il bavaglio per i presunti diffamatori”.

Conclude Il Giornale: “Il tribunale di Rimini però gli ha dato torto, e il 26 giugno ha stabilito che «gli scritti, nel loro complesso, non hanno travalicato il limite connesso all’esercizio del diritto di critica, ricorrendo all’esposizione di un fatto sostanzialmente vero”.



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