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DOLLHOUSE/ L’erede “sfortunata” di Buffy in salsa techno che vuol ritrovare la propria umanità

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Aiuta in questo senso una storia che fa venire a galla poco per volta le piccole verità che compongono il fitto mosaico della serie, le cui vere potenzialità sono tutte espresse in questa seconda serie, praticamente perfetta nel trarre le conclusioni di discorso ampio e complicato, non solo fornendo una conclusione che non scontenta nessuno in termini narrativi, ma chiudendo tutti i percorsi tematici aperti, rispondendo così in maniera definitiva all'annosa questione che percorre come un virus tutta questa seconda serie: quando l'uomo deve fermare i progressi della scienza prima che le sue stesse scoperte possano causare la sua scomparsa?

 

Interrogativi importanti, esposti in maniera chiara in una cornice dove l'azione, la sensualità delle protagoniste e l'intreccio della trama ne fanno da padrona. Interrogativi che coinvolgono, ancora una volta fede e scienza (per fare un parallelo con un'altra grande serie, Lost), umanità e tecnologia, impulsi elettronici ed emozioni. È questo Dollhouse, il racconto di un'umanità che non vuole più essere macchina e robot, ma vuole tornare a percepire, a sentire, ad essere libera.

 

La sensazione che si respira dopo l'ultimo bellissimo episodio di Dollhouse (che va ad unirsi cronologicamente al finale della prima stagione) è che un'altra manciata di episodi avrebbero giovato a rendere questa seconda stagione un po' meno sincopata e ricca di eventi, magari con la possibilità di esplorare in maniera più approfondita il futuro apocalittico in cui saremo catapultati. Ma queste sono le congetture di un fan, nulla di più. Dollhouse si conclude a meraviglia con un finale lontano dalle banalità emotive e narrative che difficilmente scontenterà chi questa serie l'ha amata, forse per troppo poco tempo.



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