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MEETING FILM FESTIVAL/ D’Alatri: solo sperimentazione e voglia di raccontare possono salvare il nostro cinema

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Alessandro D'Alatri, regista  Alessandro D'Alatri, regista

Da ragazzino, nel 1969, ha recitato negli storici Fratelli Karamazov della Rai. Cosa si ricorda di quell’esperienza e della TV di allora?

 

Il regista dei Karamazov, Sandro Bolchi, mi ha chiamato quand’é uscito l’Americano Rosso, orgoglioso di avermi tenuto a battesimo. Ricordo una profonda serietà di quel lavoro che oggi non vedo più. Tant’é che ho girato film, documentari, spot ma mai una fiction. Preferisco non farlo perché il livello qualitativo dei referenti con cui bisogna lavorare per fare televisione é veramente frustrante. Eppure sarei interessato a un contatto col vasto pubblico. A quell’epoca invece avevo dodici anni e mi dovetti leggere i Karamazov per interpretarli.

La televisione di allora tra il teatro di De Filippo, gli sceneggiati culturali, gli show conturbanti di Renato Zero e delle Kessler, riusciva a fare intrattenimento senza mai essere volgare. E pensare che la chiamavano televisione democristiana. Non posso che avere rimpianti. Per il presente non c’é speranza, dobbiamo costruire per le generazioni che verranno. E’ anche un concetto molto cristiano, investire su chi verrà.

 

Che poi, far accorgere il mondo della direzione che sta prendendo sarebbe proprio compito degli artisti…

 

Infatti i poeti l’hanno sempre fatto, ma oggi la poesia vive un momento di asfissia e gli stessi poeti del passato sono dimenticati, come faccio vedere nella sequenza de La febbre, con le loro tombe trascurate. C’é una frase di Paolo VI che ha molto ispirato la mia vita,: ”E finita l’era dei maestri, comincia l’era dei testimoni”. E’ il pensiero più rivoluzionario del ‘900 e nessuno l’ha raccolto. Oggi è solo la testimonianza che può essere d’indicazione.

 

(Eleonora Recalcati)



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COMMENTI
24/08/2010 - Sperimentazione o creazione? (Giovanna Rossellini)

È veramente fondamentale dare spazio alle espressioni, "identificare talenti e combattere pregiudizi e immobilismi". Fondamentale perché solo così l’arte viene colta, se si cela, dietro alla libera espressività di ognuno, grandi o piccoli. Ma, “nulla ha meno senso della parola ricerca applicata all’opera d’arte” (Tarkovskij Andrej, Scolpire il Tempo). Mi sembrava doveroso gettare una pietruzza a favore del cinema come arte. Concetto, quello del cinema d’arte, che nella storia del cinema è stato abbozzato appena ma è ancora tutto da scoprire.