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FELLINI/ L’omaggio del teatro alle “visioni” di uno dei maestri del cinema italiano

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Federico Fellini (Foto Ansa)  Federico Fellini (Foto Ansa)

Un’opera teatrale che guarda, più che alla persona del Maestro, alla sterminata galleria di sogni e visioni che sono emerse dalla sua fantasia di riminese “espatriato” - richiamata dalle immortali musiche di Nino Rota e dalle fantasmatiche evocazioni della Arzdora e della Saraghina - messe in contrasto, attraverso le figure dei due politici locali di opposte fazioni e del custode, con le suggestioni delle “comode” immagini a colori della pubblicità televisiva.

 

Una animata disfida che vive di fasi alterne, mostrando Fellini ora sul punto di cedere alle lusinghe dei piccoli burocrati dell’amministrazione cittadina in breve camuffatisi sotto le spoglie delle sue celebri figure “circensi”, ora riprendere fiducia nella propria ispirazione, nella sua estrosa vena creativa (e nel lavoro, nella fatica che ne è alla base). In questo richiamato dalle donne della propria vita, sia che si tratti delle sue immagini della femminilità, sia che si tratti della sua inseparabile compagna Giulietta.

 

Una partita aperta dalle note di Amarcord e chiusa - come poteva non essere così - dalla seconda e ultima apparizione del piccolo pifferaio di 8 ½ su quelle della famosa marcetta conclusiva - dopo che il regista ha invitato tutti i personaggi sul palco a sedersi rivolti verso il pubblico per “vedere un film”. Rievocazioni di visioni che, queste sì più poeticamente, sono andate e sempre andranno «da Rimini al mondo».



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