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IL SOLISTA/ Una bellissima storia vera trasformata in un film mediocre

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Ci sono le belle storie e ci sono i bei film. Qualche volta i due mondi collidono, altre volte no. La storia de Il Solista è una bella storia, ed è una storia vera. La prima volta che l’ho sentita era il marzo del 2009, quando il contenitore di news più rispettato e seguito della tv contemporanea, 60 minutes, l’ha raccontata al pubblico americano.

 

La storia è quella di Nathaniel Ayers. Nathaniel era un bambino prodigio della musica, tanto da entrare, ragazzino, nel conservatorio più competitivo degli Stati Uniti, la Julliard. Dopo due anni, i demoni hanno la meglio: Nathaniel è gravemente schizofrenico, e viene internato in un ospedale psichiatrico, “curato” con l’amabile arte dell’elettroshock. Fino al 2000 ad occuparsi di lui c’è la madre, quando questa muore Nathaniel finisce a fare il barbone sugli stradoni di Los Angeles, suonando il violino per gli spicci dei passanti.

 

Nel 2005 uno dei passanti è Steve Lopez, editorialista del Los Angeles Times, che rimane colpito dal talento apparentemente inspiegabile del senzatetto. Comincia un rapporto, il seme di un’amicizia. Lopez, man mano che scopre la tragica storia, ne scrive sul suo giornale, appassionando i lettori sempre più. Tanto che una signora decide di regalare a Nathaniel un violoncello. E il livello del suo suono con lo strumento è così spettacolare che Lopez cerca di farlo suonare in pubblico, di trasformare la musica in una strada per la redenzione, e di levarlo dalla strada.

 

Oggi, dopo vari articoli di giornale, eco televisiva e il libro da cui è stato tratto il film, Ayers rimane gravemente schizofrenico (come si vede chiaramente dalle sue improvvise, anche violente incoerenze durante la stessa intervista a 60 minutes), ma la sua vita ha una qualche parvenza di normalità, la sua musica non è più un segreto, e soprattutto non è più solo.

 

Questa la storia, quella vera, ed è banale dire che sembra fatta apposta per Hollywood. Gente lontana dal mestiere direbbe persino che il film “si scrive da solo”. Ma la verità è che nessun film si scrive da solo. E così la sceneggiatura l’ha dovuta scrivere Susannah Grant, scrittrice di grande talento (Erin Brockovich su tutti), ma con il tallone d’Achille del mélo (suoi, ahimè, anche l’orrendo Pocahontas della Disney e altre dimenticabili esperienze come 28 Giorni e In Her Shoes) che ha dovuto lottare con un materiale in realtà complesso: la scelta del punto di vista (nel film il protagonista è il giornalista, non il musicista), un arco drammatico su cui, in realtà, è difficile distribuire bene il peso (la realtà ha fatto mancare il trionfale lieto fine che in qualche modo sembrava dovuto) e l’antico problema di scrivere di matti in maniera convincente, non macchiettistica, rendendoli anche intriganti, non solo patetici. La sfida si è rivelata complicata. Troppo.

 

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