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SOMEWHERE/ La perfezione non basta: manca una storia al nulla chic di Sofia Coppola

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Somewhere - Una scena del film  Somewhere - Una scena del film

 
Scene esatte e poetiche fluttuano come isole nel lento vuoto di una storia che non ingrana: una su tutte la claustrofobica maschera di gesso che Johnny indossa per il suo nuovo film, lunghi minuti in cui il vuoto della sua vita gli nega i tratti di un volto definito, soffocandolo sotto il bianco indistinto da cui trapela un angosciato respiro d’animale. Il nulla gli sta sempre alle spalle, rischiando di risucchiare la sua identità esangue: la Coppola lo mostra scomparire dall’inquadratura, trasportato dal lento scivolare di un materassino nel buio al di là dello schermo.


Il tocco minimal della montatrice di Lost in translation (Sara Flack) e il lavoro di sottrazione della Coppola garantiscono la perfezione formale. Ma allora perché questa delusione, questo senso di inessenzialità, di serata buttata? Da dove viene la noia se Stephen Dorff recita con esattezza, Elle Fanning incanta con eterea bellezza, la Coppola meraviglia con inquadrature rarefatte? La perfezione del film non basta perché lo spettatore ha bisogno di storie, di tracce di vita in cui riconoscersi, di rivelazioni.


In una parola ha bisogno di struttura, di un capo e di una coda, anche se inusuali o distorti. Da sempre ci raccontiamo storie che implichino un divenire, un cambiamento. E nei 98 minuti di Somewhere non accade nulla se non il virtuosismo di una regista dotata. Un nulla intellettuale e chic, dilatato con grazia e accompagnato da una colonna sonora che seduce come un sussurro. Ma gli espedienti narrativi sono timidi: la linea degli sms minatori e del SUV pedinatore, plagio dell’ultimo romanzo di Bret Easton Ellis, non porta a nessuna scoperta. Fa male al cuore la parentesi italiana, la nostra sottocultura televisiva personificata in una Marini coperta di pailettes.


Nessuno dei personaggi secondari provoca reazioni nel protagonista, una monade senza porte e finestre che ci si stanca di seguire. Come in Lost in translation va in scena la fatica di “essere una persona”, di incontrarsi e riconoscersi nel non-luogo privo di confini che è diventato il nostro mondo. Sarebbe meraviglioso se, nel raccontarci tutto questo, il genio immaginifico della Coppola si confrontasse col fascino universale di una storia.



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