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SOMEWHERE/ Le cose che ho imparato dal film (validi motivi per non andare a vederlo)

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Le stroncature, se uno si prende sul serio, spesso sono ridicole e sempre finiscono per suonare come una subliminale vendetta da frustrati. La premessa di questo pezzo, dunque, è che chi scrive non si prende sul serio.


Ora procediamo con la stroncatura.


Cose che ho imparato vedendo Somewhere, di Sofia Coppola.

 

Che dei tanti modi in cui si possono fregare 7,50 euro a una persona, la rapina col serramanico non è necessariamente il più irritante.

 

Che nel mondo del cinema ci vorrebbe qualcuno pagato per leggere le sceneggiature e dire: "guarda, è tutto molto poetico, è tutto molto suggestivo, brava! L'unica cosa, ecco, guarda… ti sei dimenticata di metterci una storia".


(Che se quel qualcuno esistesse e lavorasse in Italia, si sarebbe sparato a inizio anni '80).


Che, nonostante una delle grandi verità taciute dell'intrattenimento sia che le storie sui poveri nove volte su dieci sono una gran palla, anche le storie sui ricchi posso essere una gran palla.


Che una confezione, per quanto tu la riempia di superlativi (recitazione eccelsa, scenografie splendide, fotografia elegantissima, colonna sonora curatissima), non riuscirà a distrarti mai abbastanza da farti dimenticare che sullo schermo non sta succedendo niente.


Che prendere il primo atto di un bel film (in questo caso: Lost in Translation) e farci un film intero è un'operazione malsana. Sfocia nel narcisismo patologico se i due film li fa la stessa persona.


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