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SOMEWHERE/ Le cose che ho imparato dal film (validi motivi per non andare a vederlo)

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Che, come insegnava Gaber, ci sono tanti motivi per non sentirsi italiani. Però Valeria Marini e i Telegatti stanno sornioni in cima alla lista.


Che anche le Ferrari ti mollano in mezzo alla strada.


Che ci vorrebbe una moratoria universale sul chiudere un film col sorrisetto speranzoso e oh-così-significativo di un personaggio: l'aveva inventato Fellini con La Dolce Vita, l'aveva ribadito Woody Allen in Manhattan, 'mobbasta, come si dice qui dal Papa.


Che il cinema d'essai ha cominciato a plagiare la televisione popolare: questo film è una puntata di Californication senza David Duchovny e senza le battute argute, con l'aggravante che dura tre volte tanto e hai tirato fuori dei soldi.


Che quando si esce da una sala e ci si sorprende a pensare: "mio dio, sembrava un film italiano", non è un complimento.


Che l'aria condizionata rotta non è per forza la cosa peggiore che può succedervi al cinema in un torrido pomeriggio di settembre. Sudare come suini all'ingrasso in poltrone appiccicose può anzi essere una stimolante distrazione, se l'unica cosa davanti a voi è uno zoom su gente immobile a prendere il sole che va avanti da 4 minuti e non accenna a finire.


Che a volte le metafore su quanto sia velleitario e supponente il cinema impegnato non devi neanche andarle a cercare lontano: a 20 metri dal cinema ho mangiato uno dei migliori panini della mia vita, e ho speso esattamente la stessa cifra del biglietto. E nei 7 e 50 del paninaro era compresa la birra.

 

(Alvaro Rissa)
 



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