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MANGIA, PREGA, AMA/ Tre “capitoli” con Julia Roberts per una love story che non conquista

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Julia Roberts in una scena di Mangia, prega, ama (Foto Ansa)  Julia Roberts in una scena di Mangia, prega, ama (Foto Ansa)

Seconda tappa. India. Prega. Cosa c’è di più lontano e privo di significato - mi domando - per una donna occidentale che svegliarsi alle quattro del mattino, lodare in una lingua sconosciuta una casuale divinità induista (della quale ovviamente non si sa nulla) e passare le ore successive della giornata a meditare in silenzio? Quale arricchimento della propria umanità ne dovrebbe scaturire?

 

Terza tappa. Bali. Ama. Dall’inizio ormai è passato troppo tempo e la mia capacità di sopportazione sta per esaurirsi. Magari - penso tra me e me - l’inciucio con Bardem risolleva le sorti del film. Sbagliato. Innanzitutto il povero Havier è doppiato in modo così grossolano da far risultare ogni sua battuta davvero poco credibile. In secondo luogo, la love-story è insipida e mal raccontata.

 

Quindi, per riassumere: questo non è un bel film; d’altro canto, non è sufficientemente orripilante da sconsigliarvi in assoluto di vederlo. Mettiamola così: se non avete alternative per la serata, se avete già visto Bananas o Io e Annie (di Woody Allen), se proprio quei sette euro vi crescono e non sapete come investirli, se tutte queste condizioni si verificano contemporaneamente, allora e solo allora potete sentirvi legittimati a comprare un biglietto per Mangia, Prega, Ama.



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