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LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI/ Tra immagini e tema, un film che è anche un viaggio nel rapporto tra genitori e figli

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Una scena del film La solitudine dei numeri primi (Foto Ansa)  Una scena del film La solitudine dei numeri primi (Foto Ansa)

Mattia e Alice si completano. Non solo perché sono unici, ma perché Mattia sa cosa significhi abbandonare. Lo ha fatto con la sua sorellina. L’ha lasciata al parco per sentirsi libero di andare a una festa senza il fardello che lei rappresenta. Questo diventa, paradossalmente, il suo punto di congiunzione con Alice. Lui ha abbandonato, lei è stata abbandonata, in quella scarpata innevata. In entrambi i casi questi sono i rispettivi punti di non ritorno. I momenti in cui nel loro animo si rompe qualche cosa dentro che li rende completamente soli.

 

Per Alice, però, l’abbandono è duplice. In questo Costanzo esplora con lucido e spietato realismo le dinamiche adolescenziali. Perché, per fortuna, sugli schermi cinematografici italiani l’adolescenza non è solo quella della ricca borghesia romana che annoia pagine di sceneggiature italiane. C’è anche un’età più dura, quella dei ragazzi timidi e deboli che devono sopravvivere in una giungla di coetanei spocchiosi. È il caso dell’amicizia di Alice con Viola, la bella del gruppo, quella che può tutto e non deve chiedere niente. Mentre Alice è scheletrica e zoppa. È un’amicizia sofferta la loro, difettosa, quasi morbosa. Gelosa, possessiva come solo i legami di quell’età sanno essere, fino a trasformarsi in un’unione escludente. Emulazione, sfida, rottura, delusione, tutti sentimenti che il regista tratteggia con maestria segnando ancor di più l’animo sfinito di Alice.

 

È molto bravo Costanzo a giocare con l’uso dei capitoli e del flashback in un tono e uno stile registico che strizza l’occhio ai film horror. Con un ritmo che non è mai spezzato, realizza un crescendo di situazioni che si legano e si spiegano nel gioco passato- presente sino a combaciare in due scene che condensano il senso dell’abbandono. Nel bagno di Viola, Alice chiede al suo nuovo amico la complicità nel cancellare dalla sua pelle il tatuaggio, traccia di un’amicizia che non c’è più. Nella seconda Mattia, portato a forza da Alice al ricevimento nuziale di Viola, le racconta l’inconfessabile abbandono della sua sorellina. Sono due predestinati, loro due. Due linee parallele che, contro le regole matematiche, deviano la loro direzione per incrociarsi.

 

Non sono molte le scene che raccontano l’evoluzione del loro rapporto, differentemente dal libro, quasi esclusivamente incentrato su di esso. Sono forti a sufficienza, però, per dare, seppur da lontano, l’idea del loro legame, non sempre maturo per decollare, ma pronto a ripartire da dove c’è un vuoto da colmare.

 

Chapeau agli attori. Luca Marinelli, alla sua prima prova, ma soprattutto ad Alba Rohrwacher, meravigliosa già ne L’uomo che verrà, qui fragile e candida al punto da rendere ancor più dolorose le ferite di Alice.



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COMMENTI
30/09/2010 - La solitudine dei numeri primi (Carla D'Agostino Ungaretti)

Per un volta non sono d'accordo col SUSSIDIARIO. Ho trovato il film decisamente noioso. Il soggetto poteva essere buono e nuovo ma la realizzazione, la regia, la sceneggiatura, la recitazione mi sono parse neanche lontanamente paragonabili a quello che era il cinema italiano nel suo periodo d'oro. Gli attori, poi, mi sono parsi completamente inespressivi e la scelta di far interpretare Alice da tre attici diverse mi è parsa fuorviante, perché non la si riconosceva facilmente. Poi le voci. E' mai possibile che non si trovi più un attore italiano con una voce educata alla recitazione? Penso ai grandi di una volta : Gassmann, Sordi, Tognazzi, Mastroianni,e tutte le grandi attrici: Vitti, Mangano,Cardinale e così via le cui voci erano inconfondibili anche quando recitavano in dialetto. Ora hanno voci orribili e confuse. Ma perché non li doppiano?