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HEREAFTER/ Il film di Clint Eastwood che affronta le domande sulla vita e la morte

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Clint Eastwood (Foto Ansa)  Clint Eastwood (Foto Ansa)

Che cos’è la morte? Una domanda dura, come le storie che si intrecciano nell’ultima opera firmata dal grande Clint. Prossimo ai suoi 81 anni e già con un film in cantiere per il 2012, Eastwood non smette di porsi - e di porci - domande. Con una vitalità intelligente ed in continuo fermento, mai banale, Clint Eastwood tratta un tema tanto spinoso con brillante delicatezza. Ci aveva già fatto commuovere in The million dollar baby (2004), che valse al film 4 Oscar. Allora affrontò il tema ponendo un quesito assolutamente spinoso - quello dell’eutanasia. Qui lo fa in modo diverso, ma ugualmente emozionante, scandagliando l’universo dell’altrove, senza cadere nella retorica filosofico-esistenziale, ma con uno sguardo limpido quanto risoluto.

Trasparente nel suo modo di raccontare che tanto si avvicina allo stile che fu classico, con la macchina da presa quasi invisibile nei movimenti, fluida, pronta ad assecondare le storie dei personaggi senza esserne d’ingombro. Trasparente anche nell’affermare la tesi del regista, detta in maniera non arrogante, a tratti suggerita come un dato di fatto. Eastwood non impone il suo punto di vista, semplicemente lo propone - aprendo quesiti e spunti di riflessione - raccontando la storia di tre personaggi le cui vite si incrociano tardi nella trama, ma di fatto sono da sempre legate da un filo invisibile. 

Si tratta di Marie (Cècile De France), bella e famosa giornalista francese che, travolta da uno Tsunami, vive l’esperienza della morte per poi tornare in vita. Di Marcus, giovane e fragile londinese con una madre drogata e assente, che in un incidente perde il suo fratello gemello. Infine George (Matt Damon), operaio a San Francisco che lotta per negare il dono più grande che possiede, entrare in contatto con quella dimensione oltre la vita in cui si trovano le persone scomparse. Eastwood non chiama questo mondo “altro” in un alcun modo. Non è il Paradiso, non è l’Inferno. È semplicemente un non luogo in cui non ci sono riferimenti spazio temporali, dove c’è assenza di gravità e si sperimenta un senso di onniscienza. Questo a riprova del fatto che Clint non intende parlare del senso della morte, eludendo qualsiasi implicazione religiosa, bensì della morte stessa.



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COMMENTI
13/01/2011 - Hereafter (Carla D'Agostino Ungaretti)

Per la prima volta il grande Clint mi ha deluso. Dopo tanti film splendidi, è incappato in un soggetto che (mi dispiace dirlo) lui non è stato capace di trattare. E in effetti, come si può trattare adeguatamente il tema della vita oltre la vita senza cadere nei soliti luoghi comuni più o meno "new age"? Anche perché il film trascura la più tremenda delle ipotesi del "dopo morte", sia pure come mera ipotesi di lavoro, e cioè l'ipotesi "Dio". Forse non avrebbe saputo come trattarla questa ipotesi, ed effettivamente come si può, con il semplice linguaggio cinematografico, parlare del "possibile" incontro con Dio che "forse" ci attende tutti dopo la morte? E' un'eventualità, questa, che i mezzi espressivi umani, compreso quello cinematografico, sono completamente inadeguati a rappresentare, ma d'altro canto, se si vuole parlare del destino ultimo dell'uomo, è impossibile eluderla. Allora sarebbe stato meglio se Clint avesse fatto un altro tipo di film.

 
13/01/2011 - commento a Hereafter (elisa viganò)

Mi trovo pienamente d'accordo sul commento qui sopra. Sinceramente il film è stato una grande delusione:in realtà non affronta nulla ed è complessivamente noioso, eccettuate la scena dello tsunami e la toccante vicenda del ragazzino inglese, che però mi pare scorrano via senza spessore. All'intenzione, forse, di Eastwood, non corrisponde un risultato cinematografico adeguato. Un vero peccato! A suo modo, e con sorpresa, ho trovato per nulla banale, più umano e interessante "La banda dei Babbi Natale".

 
13/01/2011 - Film senza spessore (Alessandro Moriconi)

Tutti i personaggi sembrano una sbiadita copia di un uomo. Non affascina, non commuove, non fa pensare, non fa arrabbiare, insomma non tocca niente che c’è di umano in una persona (nel bene e nel male), segno che questo film è pieno di “niente”. E’ come mangiare un riso in bianco scondito: non è che faccia male, ma c’è molto di meglio.