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HEREAFTER/ Il film di Clint Eastwood che affronta le domande sulla vita e la morte

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Clint Eastwood (Foto Ansa)  Clint Eastwood (Foto Ansa)

E lo fa in due modi. Opponendole fortemente, ma non banalmente, la vita, come nel binomio bianco-nero o in quello presenza-assenza. Infine declinandola nelle vite di Marie, Marcus e George. Marie è la forza, la voglia di “esistere” dopo aver sperimentato la morte come privazione dei sensi. È consapevole di aver conosciuto una condizione speciale, quella di transizione tra il qui e un altrove. Marcus si scontra con la morte come perdita, come vuoto incolmabile. Ci si commuove di fronte al disorientamento di questo bambino - bravissimo davanti alla macchina da presa -, alla naturale e umana necessità di ritrovare suo fratello. Quanti di noi, da piccoli, non si sono svegliati nel cuore della notte con il timore buio e assoluto di aver perso qualcuno di caro? Con questo personaggio Clint tocca le corde più intime, vere e sempre attuali dell’umanità. Parla al bambino che ciascuno di noi è ancora e ci chiede di guardare con la sua stessa ingenuità - e in quanto tale pura - alla morte.

Un richiamo ad Epicuro è d’obbligo, ma mentre il filosofo pretendeva di eludere il problema affermando che non si deve avere paura della morte perché quando ci siamo noi non c’è lei e viceversa, Eastwood pone la questione da un altro punto di vista, quello di chi resta e che ha bisogno di un ultimo saluto, di ascoltare parole che non si è fatto in tempo a dire. In tal senso George è l’anello di congiunzione tra le due dimensioni, morte come condivisione da parte sua delle vite passate di chi si siede davanti a lui e chiede risposte. Anche se non sempre, come dice lui, è bene conoscere tutto. Sapere può generare più dolore, soprattutto se non si è pronti a ricevere la verità.

È con estrema dolcezza che Eastwood ci parla del loro comune dolore - per la prima volta un film corale - e gli effetti speciali che irrompono nelle prime sequenze non frammentano lo stile, ma servono a potenziare la crudezza della realtà. Dolore, da una parte, e bisogno di condivisione dall’altra. Sono questi due sentimenti che uniscono le vite di Marie, Marcus e George prima ancora che si incontrino, regalando allo spettatore, grazie anche alle sincere e belle interpretazioni degli attori, un film da non perdere.



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COMMENTI
13/01/2011 - Hereafter (Carla D'Agostino Ungaretti)

Per la prima volta il grande Clint mi ha deluso. Dopo tanti film splendidi, è incappato in un soggetto che (mi dispiace dirlo) lui non è stato capace di trattare. E in effetti, come si può trattare adeguatamente il tema della vita oltre la vita senza cadere nei soliti luoghi comuni più o meno "new age"? Anche perché il film trascura la più tremenda delle ipotesi del "dopo morte", sia pure come mera ipotesi di lavoro, e cioè l'ipotesi "Dio". Forse non avrebbe saputo come trattarla questa ipotesi, ed effettivamente come si può, con il semplice linguaggio cinematografico, parlare del "possibile" incontro con Dio che "forse" ci attende tutti dopo la morte? E' un'eventualità, questa, che i mezzi espressivi umani, compreso quello cinematografico, sono completamente inadeguati a rappresentare, ma d'altro canto, se si vuole parlare del destino ultimo dell'uomo, è impossibile eluderla. Allora sarebbe stato meglio se Clint avesse fatto un altro tipo di film.

 
13/01/2011 - commento a Hereafter (elisa viganò)

Mi trovo pienamente d'accordo sul commento qui sopra. Sinceramente il film è stato una grande delusione:in realtà non affronta nulla ed è complessivamente noioso, eccettuate la scena dello tsunami e la toccante vicenda del ragazzino inglese, che però mi pare scorrano via senza spessore. All'intenzione, forse, di Eastwood, non corrisponde un risultato cinematografico adeguato. Un vero peccato! A suo modo, e con sorpresa, ho trovato per nulla banale, più umano e interessante "La banda dei Babbi Natale".

 
13/01/2011 - Film senza spessore (Alessandro Moriconi)

Tutti i personaggi sembrano una sbiadita copia di un uomo. Non affascina, non commuove, non fa pensare, non fa arrabbiare, insomma non tocca niente che c’è di umano in una persona (nel bene e nel male), segno che questo film è pieno di “niente”. E’ come mangiare un riso in bianco scondito: non è che faccia male, ma c’è molto di meglio.