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KILL ME PLEASE/ La dolce morte in un film coraggioso, ma che tradisce se stesso

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Una scena del film Kill me please  Una scena del film Kill me please

La clinica, semi-segreta e odiata dagli abitanti delle cittadine limitrofe, riceve in realtà sovvenzioni statali perché si occupa di abbattere il costo sociale del suicidio. E qui cade la maschera compassionevole di Kruger e si svela la natura della dolce morte, un’altra istituzione di un sistema che mira all’efficienza e vuole eliminare da sé qualsiasi dramma. Perché il dramma è la dignità dell’uomo e un sistema che monetizza la morte vuole spogliare di questa dignità per manipolare meglio, comprare e vendere meglio. Per avere tutto sotto controllo.

I clienti sono usciti dal regno dell’assurdo, grotteschi personaggi di un quadro di Bosch.
C’è la rockstar asmatica e isterica, il sadico fissato con Rambo, il giocatore incallito che s’è venduto la moglie, uno schianto di ragazza bucherellata dalle iniezioni quotidiane per una rara patologia.

Un personaggio centrale, protagonista di sequenze di lirica bellezza, è il soprano strozzato, antica gloria rimasta quasi afona per un tumore, interpretata dal transessuale Zazie.
Tra i relitti di un’umanità tormentata si aggira una giovane detective della finanza, interrogando i pazienti sui lasciti testamentari alla clinica e lasciando intendere che c’è del marcio.



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