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KILL ME PLEASE/ La dolce morte in un film coraggioso, ma che tradisce se stesso

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Una scena del film Kill me please  Una scena del film Kill me please

Per quanto la caratterizzazione dei personaggi sia riuscita e l’interazione tra pazzoidi porti a uno slapstick spassoso, pochi seguono nel corso della storia una loro logica interna e si risolvono spesso in macchiette, di cui intuiamo una profondità che ci è stata promessa e poi tolta.
Barco crea un mondo assurdo ma profondo, infernale ma affascinante e lo fa poi esplodere, lasciandoci solo i cocci da raccogliere.

L’accostamento tarantiniano dei toni (tragico, grottesco, pulp) non è gestito adeguatamente e i personaggi, come tanti binari morti, sono forzati in un finale che non è il loro, che non calza.
L’assurdo attacco esterno che irrompe nel microcosmo della clinica ha una sua profonda valenza metaforica, si scaglia contro un sistema che vorrebbe programmare tutto, controllare tutto e non ha neanche il potere di prevedere se si alzerà domani.

Tuttavia il surreale Trionfo della Morte che va in scena l’ultima mezz’ora non soddisfa le nostre attese, toglie al dolore qualsiasi dignità e lo fa senza grazia comica.
Un peccato per un film con buone premesse e la scorrettezza politica di porsi domande senza la fretta di rispondere subito, di tranquillizzare.
Nemmeno le note strozzate del canto del cigno finale, grottesco inno di un’umanità che si contorce nel fango, restituiscono a Kill me please la profondità cui, pure, poteva aspirare.



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