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LA VERSIONE DI BARNEY/ Dal libro al film, un "salto" che emoziona e diverte grazie a un solo attore

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Paul Giamatti all'assegnazione del Golden Globe per La versione di Barney  Paul Giamatti all'assegnazione del Golden Globe per La versione di Barney

Non dico mai "Il libro era più bello", dico sempre, "Il film è bello, ma in modo diverso". Penso sia questo lo spirito giusto per affrontare la trasposizione cinematografica de "La versione di Barney" del canadese Mordecai Richler, film che ci fa confrontare nuovamente con l'annosa questione del passaggio dalla parola scritta all'immagine in movimento. In una trasposizione di questo tipo quindi, bisogna avere bene in mente che letteratura e cinema vivono di cose differenti, pur avendo un risultato simile.

Il libro è un'immersione graduale e profondissima in una storia, un'immersione che, nella sua lentezza, ci dà la possibilità di entrare in profonda sintonia con i luoghi e i personaggi che animano la storia. Il film, invece, è un salto da un paracadute, un'esperienza energica e adrenalica, in cui lo spettatore è sin da subito catapultato nella storia, sballottato nei luoghi, nell'epoca, a fianco dei personaggi. Al cinema l'emozione non è l'individuale sussurro del libro, ma è una grande orchestrazione in cui molti elementi (attori, musiche, regia, montaggio) contribuiscono a dare forma ad essa.

"La versione di Barney" diretta da Richard J. Lewis e scritta da Michael Konyves (ma sarebbe dovuta essere scritta dallo stesso Richler) non è "La versione di Barney" uscita nelle librerie nel 2001. È una cosa diversa e la colpa non è certo imputabile allo sceneggiatore che, a dire il vero, riesce ad adattare il romanzo in maniera cinematograficamente valida, con una sceneggiatura che diventa una buona struttura portante per la pellicola, grazie soprattutto ad un uso accorto dei flashback. Ma noi, lettori e spettatori, a qualcosa dobbiamo rinuciare e, lo sceneggiatore, decide di farci rinunciare alla brusca, cinica e razzista unicità di Barney.



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