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BIUTIFUL/ Il viaggio di Inarritu nel dolore per “abbracciare” lo spettatore

Biutiful è il primo film di Inarritu senza lo sceneggiatore Arriaga e correrà tra i film stranieri per l’Oscar. La recensione di EMANUELE RAUCO

Una scena del film Biutiful (Foto Ansa) Una scena del film Biutiful (Foto Ansa)

Si sa che la vera anima di un film è quel del regista, nella maggior parte dei casi, ma l’autore è chi dirige o chi scrive un film? Il caso di Alejandro Gonzales Inarritu è esemplare, visto che è arrivato al successo con tre film (Amores Perros, 21 grammi e Babel) scritti in simbiosi con lo sceneggiatore Guillermo Arriaga: Biutiful, presentato l’anno scorso al festival di Cannes, è il primo film del regista senza lo sceneggiatore e le differenze si vedono.

Biutiful racconta di Uxbal, un uomo che tra contrabbandi, falsi e attività illecite sfrutta gli immigrati di Barcellona per mantenere la sua disastrata famiglia fatta di due figli e una ex-moglie sbandata; ma una malattia terminale lo pone di fronte alla sua condizione esistenziale.

Il regista ha scritto il film con Armando Bo e Nicolàs Giacobone e invece di giocare con la struttura temporale, coi salti avanti e indietro nel racconto, con le storie corali come nei film precedenti, si concentra sul personaggio di Uxbal, uomo tragico, né buono né cattivo, spinto dalla necessità a dover sfruttare la povertà in cui vive, usando chi sta peggio di lui.

Oltre al suo drammatico racconto, il film infatti mostra anche le vite e le condizioni precarie delle comunità cinesi e africane che popolano i bassifondi di Barcellona, uomini e donne ammassati in pochi metri quadri, lavoratori senza sosta, né diritti, che guardano in faccia la morte quasi costantemente.

E se nei film precedenti le storie andavano indietro nello spazio, come in Babel, o nel tempo, come in 21 grammi, qui il regista resta fermo a guardarsi intorno, ad allargare “lateralmente” lo sguardo: e da un metaforico primissimo piano su Uxbal si allarga, passo dopo passo, minuto dopo minuto, inglobando nel racconto anche le vite degli ambulanti africani o dei tessitori clandestini cinesi che sfrutta.