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BIUTIFUL/ Il viaggio di Inarritu nel dolore per “abbracciare” lo spettatore

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Una scena del film Biutiful (Foto Ansa)  Una scena del film Biutiful (Foto Ansa)

Si sa che la vera anima di un film è quel del regista, nella maggior parte dei casi, ma l’autore è chi dirige o chi scrive un film? Il caso di Alejandro Gonzales Inarritu è esemplare, visto che è arrivato al successo con tre film (Amores Perros, 21 grammi e Babel) scritti in simbiosi con lo sceneggiatore Guillermo Arriaga: Biutiful, presentato l’anno scorso al festival di Cannes, è il primo film del regista senza lo sceneggiatore e le differenze si vedono.

 

Biutiful racconta di Uxbal, un uomo che tra contrabbandi, falsi e attività illecite sfrutta gli immigrati di Barcellona per mantenere la sua disastrata famiglia fatta di due figli e una ex-moglie sbandata; ma una malattia terminale lo pone di fronte alla sua condizione esistenziale.

 

Il regista ha scritto il film con Armando Bo e Nicolàs Giacobone e invece di giocare con la struttura temporale, coi salti avanti e indietro nel racconto, con le storie corali come nei film precedenti, si concentra sul personaggio di Uxbal, uomo tragico, né buono né cattivo, spinto dalla necessità a dover sfruttare la povertà in cui vive, usando chi sta peggio di lui.

 

Oltre al suo drammatico racconto, il film infatti mostra anche le vite e le condizioni precarie delle comunità cinesi e africane che popolano i bassifondi di Barcellona, uomini e donne ammassati in pochi metri quadri, lavoratori senza sosta, né diritti, che guardano in faccia la morte quasi costantemente.

 

E se nei film precedenti le storie andavano indietro nello spazio, come in Babel, o nel tempo, come in 21 grammi, qui il regista resta fermo a guardarsi intorno, ad allargare “lateralmente” lo sguardo: e da un metaforico primissimo piano su Uxbal si allarga, passo dopo passo, minuto dopo minuto, inglobando nel racconto anche le vite degli ambulanti africani o dei tessitori clandestini cinesi che sfrutta.



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