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FUORICLASSE/ Quella scontata parodia di successo per una società che s’accontenta

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Fuoriclasse - Luciana Littizzetto (Foto Ansa)  Fuoriclasse - Luciana Littizzetto (Foto Ansa)

Non è facile commentare con equilibrio dopo soli quattro episodi su dodici la fiction di Rai Uno, Fuoriclasse, tratta dai libri di Domenico Starnone, che ha Luciana Littizzetto come protagonista. Ci sono alcune cose realistiche, poche, come i vecchi cassetti di legno della sala docenti e il capo dei bidelli che vive il suo momento di gloria quando distribuisce i registri ai professori. Fuori classe la rivolta del figlio quattordicenne per la separazione dei genitori.


Altri elementi, molti, sono caricaturali e poco convincenti, sia sul piano della realtà, sia su quello dell’amaro sorriso che vorrebbero strappare, senza riuscirci. Elencarli sarebbe lungo: potrebbero bastare come esempio la macchinetta del caffè sempre rotta e i due ispettori mandati dal Ministero. Ma sono dettagli.


Se si pensa alla tirata di Starnone al recente e applauditissimo Vieni via con me di Fazio e Saviano, basata sulla contrapposizione tra scuola peggiore e migliore, che pretendeva di stigmatizzare da una parte e di elogiare dall’altra, sull’esempio di Gaber (ma senza la sua arguzia) e perfino di Celentano modelli scolastici opposti, che tuttavia oggi non esistono più, si ha in mano uno strumento di lettura abbastanza utile per guardare anche le vicende dell’ipotetico liceo scientifico Caravaggio di Torino.


Esso assomiglia a molte scuole superiori italiane, non solo per ciò che succede nelle aule, nei corridoi, in cortile e nei bagni. Assomiglia anche il modo di pensare, che ha nel disprezzo dell’istituzione il suo nucleo originario. Neppure gli insegnanti migliori, come la professoressa Passamaglia, ne sono privi. Del resto, chi mai può credere a una forma che è solo apparenza?

 

 



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