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FUORICLASSE/ Quella scontata parodia di successo per una società che s’accontenta

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Fuoriclasse - Luciana Littizzetto (Foto Ansa)  Fuoriclasse - Luciana Littizzetto (Foto Ansa)

Allora non resta che far ridere: i ragazzi in classe, (non) insegnando inglese con le canzoni e una letteratura italiana accattivante e impoverita, gli spettatori a casa. Sia i primi, sia i secondi, sembrano gradire.


E va bene così. C’è sempre la possibilità che il più rozzo di tutti scopra di avere il cuore gentile dopo aver sentito la storia di Paolo e Francesca e può anche accadere che una trasmissione come questa produca qualche piccola riflessione su comodi divani.


Ci vuole tempra per raccontare la vita, anche la vita scolastica. Non sembra proprio che qui se ne abbia l’intenzione, forse ci si limita al più modesto scopo di intrattenere le famiglie italiane per sei domeniche consecutive in prima serata con qualcosa di quotidiano, comprensibile, in cui tutti si possano un po’ riconoscere. Va bene.

 

 

Però. Però che peccato assistere, nella situazione non certo felice in cui l’Italia si trova, alla parodia della scuola, proprio di quella che c’è, con tutti i suoi limiti, con la sua funzione così importante, con tutte le persone che ci vivono e ci lavorano. Questa parodia non serve a denunciare, nel caso ce ne sia ancora bisogno dopo anni di denunce martellanti, non serve a ridere perché è troppo scontata e manca l’imprevisto, per ora non serve a commuovere. E tuttavia questa inutilità ha successo: metafora triste di una vita sociale, non solo scolastica, che s’accontenta di poco.



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