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TERRAFERMA/ La ricerca di un futuro migliore con un neorealismo a caccia di Oscar

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Una scena del film Terraferma (Foto Ansa)  Una scena del film Terraferma (Foto Ansa)

Meraviglioso, in questo senso, il personaggio di quella venere nera - sottratta da Ernesto alla gola del mare - nel suo rapporto con Giulietta. Che la accoglie in casa, la aiuta a partorire, ad allevare il suo piccolo e a crescere, nel contempo, l’altro suo figlio. Donna e materna, sì, ma dura. Non c’è un prego al grazie sincero dell’immigrata, che varca il limite dell’incomunicabilità linguistica per regalare a Giulietta la sua riconoscenza. Sara e i suoi figli se ne devono andare. Non c’è altra possibilità. Nutriti e rifocillati devono percorrere da soli la strada della propria salvezza.

C’è un’altra terra, oltre quella di mezzo cui approdano gli immigrati. Quella del continente, per chi, come il ventenne Filippo conosce solo i caldi orizzonti isolani. Che sono meravigliosi. Ma parlano esclusivamente il dialetto dal mare e del sole, di cui il ragazzo, grazie a nonno Ernesto, che del mare è il re pescatore, ormai conosce segreti e sospiri.

Terra che non è promessa, forse. Ma cercata, voluta, sudata. Nel mezzo, tra un porto e l’altro, il mare. Ambivalente nell’animo. Perchè generoso nel dare la vita, ma crudeli le sue onde e il suo sale nell’inghiottire e nell’inaridire. Come quelle due scene tanto diverse ma ironicamente uguali. La prima, in cui nonno Ernesto e Filippo avvistano un gommone straripante di immigrati che agitano le mani al cielo in cerca di salvezza. La seconda, che inquadra con forte senso poetico l’imbarcazione su cui Nino conduce un gruppo di turisti sventolanti, anch’essi, le mani al cielo in una danza del divertimento. Un tuffo e Crialese li inquadra dal fondo del mare. Con il sole che ne illumina le ombre. Come tanti, minuscoli pesci attorno allo squalo predatore.

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