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ONE DAY/ La parabola di un amore capace di attendere

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Una scena di One day (Foto Ansa)  Una scena di One day (Foto Ansa)

È possibile appartenere a qualcuno che è presente nella propria vita e non saperlo? È quello che succede a Emma e Dexter, che si completano nel loro essere così diversi. Si amano da sempre, ma non ne hanno la consapevolezza. O, peggio, quando la vita concede loro l’occasione per “riconoscersi”, entrambi fanno sempre un passo indietro. Restano nascosti dietro il velo dell’amicizia a causa - ma questa è solo una scusa - di situazioni e momenti sbagliati.

Si migliorano l’un l’altro, Emma e Dexter. Anche, e forse soprattutto, quando ormai è troppo tardi e la vita è tanto generosa da regalare loro un senso di attesa pienezza. Perché in fondo, probabilmente, la felicità è fragile e bambina e non può essere una condizione duratura, solo un tappeto di attimi di serenità che si coniugano l’un l’altro. È nell’attesa che li separa che il loro rincorrersi, mai estenuante, trova senso.

Forse perché il vero amore ha bisogno di tempo per essere riconosciuto? Eccessivamente crudele come idea. Che, a ogni modo, è dipinta egregiamente nelle immagini e nelle parole del romanzo. In grado di regalare spessore reale ai suoi personaggi. Profondità e bellezza che, in parte, si perde nella prima parte del film, troppo impegnata a condensare in poche scene le radici di un amore così sincero.

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