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PINA/ Il capolavoro in 3D di Wim Wenders frutto di una ventennale amicizia

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Una scena di Pina  Una scena di Pina

L’effetto a volte  straniante che si prova nel guardare il film deriva, forse, da questo caleidoscopio di immagini senza filtro, ma, a ben guardare, è la vita stessa dell’uomo ad essere senza filtri, con le sue luci ed ombre, con alti, bassi e repentine contraddizioni. Tutto è presente nel film: la gioia dell’infanzia, le illusioni, l’amore, la passione, il sacrificio, l’orrore, il rifiuto, l’abbandono, la fede, il raccapriccio, il tormento, la gioia, l’accettazione, l’imperturbabilità, l’angoscia, l’ideologia, il potere, l’altruismo, lo spirito corporativo, la menzogna… Si potrebbe andare avanti all’infinito e forse non basterebbe un libro, perché l’opera d’arte che si rispetti trascende sempre se stessa e i confini datigli dall’autore in quanto indica un qualcosa che, essendo reale, non può mai esaurirsi completamente in una spiegazione.
Per questo ognuno può e deve leggere questo film facendo appello alla propria esperienza di vita, come suggeriscono certi passaggi meta cinematografici e meta teatrali della pellicola, in cui il pubblico in sala, il film e il teatro dentro al film sembrano voler essere una cosa sola, e, grazie all’effetto 3D, ad un certo punto lo diventano, quando in una scena si proiettano degli ulteriori telespettatori che a loro volta guardano una schermo coincidente con quello visualizzato dagli spettatori in carne ed ossa.
Il modo di lavorare di Pina, magistralmente rievocato da Wenders, esigeva un lavoro da parte del suo spettatore, in questo senso, e solo in questo, si può definire l’ultimo lavoro di Wenders un’opera intellettuale, non perché sappia di libresco, ma perché richiede che dall’altra parte vi sia un’intelligenza attiva, pronta a confrontare la propria vita con ciò che l’arte di Pina ha saputo cogliere e che gli pone ora davanti: l’amore.

(Marco Faccoli)



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