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PINA/ Il capolavoro in 3D di Wim Wenders frutto di una ventennale amicizia

Pina Bausch e Wim Wenders avevano sognato da sempre di realizzare un film insieme, ma il regista ne aveva sempre rimandato l’attuazione per i limiti che individuava nel mezzo cinematografico

Una scena di Pina Una scena di Pina

Pina, l’ultimo capolavoro di Wim Wenders (regista noto soprattutto per il film il cielo sopra Berlino ndr), è un’opera concepita per trasporre l’arte creativa  delle coreografie  del Tanztheater di  Pina Bausch su pellicola, o almeno questo era il progetto originario del regista. I due artisti avevano infatti sognato da sempre di poter realizzare un film insieme, ma la sua attuazione venne sempre rimandata a causa dei limiti del mezzo cinematografico, incapace, secondo Wenders, di tradurre in maniera convincente la maestria fatta di movimento, parola, gesto e musica della Bausch.
Fu così che l’idea del film divenne quasi un tormentone comico nella loro ventennale amicizia, quando i due si incontravano Pina chiedeva all’amico: “Quando?”, e lui rispondeva “Appena avrò trovato il modo”. E la modalità tanto agognata da Wenders finalmente arrivò nel 2007, quando vide la band degli U2 presentare al festival di Cannes il loro film-concerto girato e ripreso in 3D grazie  all’avvento di una nuova tecnologia. Nel 2008 Pina e Wenders iniziarono a pianificare i lavori e scelsero quali coreografie rappresentare nel film ma, dopo più di un anno e mezzo di fervente lavoro e a soli due giorni dalle prove per le riprese, accadde ciò che nessuno mai avrebbe potuto immaginare: la morte di Pina, avvenuta improvvisamente e inaspettatamente il 3 Giugno del 2009. Dopo un’iniziale abbandono Wenders fu convinto dal corpo di ballo della Bausch, nonché dalla famiglia di lei, a riprendere il progetto del film che nel frattempo si era dovuto trasformare in un film tributo.
È una pellicola che di primo acchito può spiazzare, non ha una trama nel senso tradizionale del termine, il tessuto narrativo è frutto dell’intreccio di quattro opere della Bausch (Le sacre du printemps, Café Müller, Kontakthof e Vollmond), cucite fra loro con spezzoni video di vario genere: sketch comici e grotteschi, interviste, momenti tratti dalla vita reale di Pina, performance originali di ballerini e attori, parodie; ma non per questo deve essere considerato un film per specialisti o per amanti del balletto. La vera forza del film non sta infatti nel fascino di alcune musiche frizzanti (Vollmond), nel lirismo di alcune scene (Café Müller) o nei cangianti costumi di scena che pur hanno il loro merito, ma nel fatto di trasmettere un’opera d’arte diventandolo così a sua volta. L’obbiettivo di Wenders non era rappresentare semplicisticamente i balletti di Pina ma mostrare l’intelligenza dei suoi occhi che riuscivano a vedere ben al di là degli orizzonti comuni, questo è infatti l’onore e l’onere dell’artista. Per questo il film ha valore universale, il ballo, il canto, la recitazione non sono altro che mezzi, il cuore del film è l’uomo nella sua interezza: l’unico prerequisito per capire il film è quello di essere uomini. L’universalità (a cui seguirà il controcanto della specificità) del film è altresì evocato dalla scelta di non utilizzare doppiatori, ma solo sottotitoli. Nel film si parla infatti: tedesco, inglese, croato, francese,  italiano, russo, coreano, spagnolo e portoghese.