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JOHNNY ENGLISH - LA RINASCITA/ Un ritorno al passato per dare una lezione ai Cinepanettoni

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Una scena del film Johnny English - La rinascita  Una scena del film Johnny English - La rinascita

A otto anni dalla disastrosa missione in Mozambico che, per una sua svista, si concluse con l’uccisione del Presidente della nazione, Johnny English (Rowan Atkinson), l’agente segreto più sconclusionato del globo, cerca di ritrovare se stesso esiliato in un monastero tibetano. Il suo percorso spirituale viene però interrotto da un’inaspettata chiamata da Londra. Il MI7, con a capo la risoluta Pamela Thornton detta Pegasus (Gillian Anderson), vuole inspiegabilmente assegnargli un’altra missione: sgominare una pericolosa associazione criminale e sventare l’attentato alla vita del Primo ministro cinese. Affiancato dal giovane e volenteroso agente Tucker (Daniel Kaluuya), dalla dolce e seducente psicologa Kate (Rosamund Pike) e dal suo idolo Ambrose (Dominic West), attraverso una serie interminabile di gaffes e disavventure in giro per il mondo l’improbabile eroe si dimostrerà contro ogni previsione all’altezza del compito, dovendo anche scagionarsi dall’accusa di essere un traditore e trovare la vera talpa all’interno dell’organizzazione.

Dopo quasi un decennio dal primo capitolo sembrava proprio che questa parodia, tra l’altro di discreto successo, di James Bond non avrebbe avuto un seguito, invece Rowan “Mr. Bean” Atkinson ci riprova, stavolta in coppia con Oliver Parker, regista il cui curriculum è in gran parte debitore di Oscar Wilde (Un marito ideale, L’importanza di chiamarsi Ernest, Dorian Gray). La pellicola è una di quelle la cui uscita è accompagnata da un mare di pregiudizi, in quanto emblema di una comicità di basso livello di cui il cinema può fare a meno. In realtà, un piccolo merito questo film ce l’ha, ovvero dimostrare che si può far ridere senza mai ricorrere alla volgarità, una lezione per chi tenta di fare film comici nel nostro Paese. Quella di Johnny English è una comicità naive e prevedibile nella sua semplicità, volendo anche un po’ superata, basata perlopiù su scambi di persona e botte in testa, ma allo stesso tempo gradevole proprio per il suo essere vecchio stile, in bilico tra il garbo british e il demenziale.

A differenza di quanto spesso accade con i film-parodia, stavolta il prodotto rivela notevole cura tecnica e dispendio di mezzi, dalle location, tra cui Hong Kong e le Alpi svizzere, agli effetti speciali che lo avvicinano a tratti a un vero e proprio film d’azione, fino alla scelta del cast. Come la tradizione di James Bond vuole, non mancano le piacevoli presenze femminili il cui fascino è complementare, quello glaciale di Gillian “Scully” Anderson e quello più morbido di Rosamund Pike (Orgoglio e pregiudizio, La versione di Barney).



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COMMENTI
21/11/2011 - Finto Naive (Antonio Servadio)

E' un naive ingenuo ma geniale. Dunque un finto naive. Dipende da come lo si vuole guardare. Semplice non significa sempliciotto. L'eleganza non necessita di complicazioni o alti voli. Anche Totò -il grande- è stato gravemente sottovalutato per quasi l'intera sua carriera artistica - da meditare. Questo Mr. Bean in versione Bond piace anche ai ragazzini, ma non solo. Non è forse un traguardo per nulla semplice ? Un film godibile va sempre consigliato.