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LA KRYPTONITE NELLA BORSA/ Un’occasione persa per parlare di libertà

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Una scena del film La kriptonite nella borsa  Una scena del film La kriptonite nella borsa

Alla fine, però, spesso le pecore tornano all’ovile e Rosaria, che nel frattempo ha assaggiato il gusto della libertà, si gode il sapore della sua inaspettata emancipazione. Mentre sua sorella Titina (Cristiana Capotondi) di quella ribalta femminile vive il cuore pulsante del tempo. Tra libertà sessuale, confusa nell’affermazione della propria femminilità, e droghe. Ci sono anche Salvatore (Libero De Rienzo), zio fricchettone di Peppino, i nonni materni, saldamente ancorati ai propri ideali tradizionali che non si lasciano crepare dall’aria fresca della modernità. E Assunta (Monica Nappo), bruttina per davvero e destinata a restare zitella, se non fosse per quel pomeriggio di pioggia. E poi, finalmente, c’è Peppino. Che soffre per la depressione della madre e subisce l’incapacità del padre di mandare avanti la famiglia.

Per fortuna, però, Titina e Salvatore lo salvano immergendolo nel mare magnum degli anni Settanta, fra droghe e libertà di pensiero. Qui espressa dal volto di Gennaro (Vincenzo Semolato), supereroe casalingo e omosessuale, che, interprete della coscienza di Peppino, incita il bambino a essere ciò che si è, senza vergogna. Ecco un’altra ragione per cui La Kryptonite nella borsa è un’occasione rimasta lì, in soffitta. Sarebbe potuta essere un nuovo La prima cosa bella, al cui spessore e tono ambisce. Resta, invece, solo il racconto - a tratti superficiale e un po’ retorico - di un’epoca che non c’è più.



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