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THE ARTIST/ Il film di Hazanavicius che dà una "lezione" al nuovo cinema del 3D

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Una scena del film The Artist (Foto Ansa)  Una scena del film The Artist (Foto Ansa)

Sia nel sogno che Peppy Miller nutre di diventare una grande attrice sia nell’interpretare la metafora del nuovo che si impone spazzando via il vecchio. È anche una bella storia d’amore, quella raccontata dal regista. In parte inusuale e moderna nel suo invertire i ruoli e resa ancor più forte e commovente dal linguaggio del film. Per cui la forza comunicativa delle emozioni è affidata al bianco e nero, che irrompe sullo schermo spiazzando il nostro sguardo, ormai quasi abituato alla profondità del 3D. In grado, quest’ultimo, di regalarci uno spazio “reale”, ma che annulla la fantasia nascosta in quel gioco di bianchi, neri e grigi, ombre e luci che tanto ispira la nostra immaginazione.

La potenza del film, però, è legata anche all’espressività degli attori e delle situazioni raccontate, alla gestualità, alle azioni, che restano il motore di ogni storia. Molto più delle parole, spesso retoriche e belle, ma vuote di contenuto. Forse è questa l’unica grande critica al cinema di oggi. L’uso di parole strabordanti di senso che tolgono forza e senso alle circostanze. Laddove il muto doveva sforzarsi di completare il significato di uno stato d’animo anche attraverso la costruzione semantica di una scena. In cui, cioè, ogni elemento contribuiva - nel suo piccolo - a realizzare un Tutto completo nel significato. Come un tassello in un grande puzzle. È così che secondo Hazanavicius il sonoro irrompe sullo schermo.

Come un incastro che riempie un quadro, conferendogli un senso più ampio e profondo. Il suono non è parola. È, ci dice il regista, un respiro affannoso, ma felice e discreto, dopo un sorridente e liberatorio numero di tip tap.

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