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REPORT/ Lo sfruttamento delle terre per i carburanti. La crisi del distretto del salotto e “made in Italy”

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Milena Gabanelli  Milena Gabanelli

Report: la “corsa alla terra”, la “crisi del salotto”. Report ha di nuovo proposto, nella puntata in onda su Rai Tre domenica 18 dicembre 2011, un’interessantissima inchiesta sullo sfruttamento dei terreni per la produzione di carburanti. Report ancora una volta ha catturato l’interesse di molti telespettatori: in oltre tre milioni hanno seguito il programma di Milena Gabanelli. Il tema principale è stato appunto la "corsa alla terra" che, in questi anni, si sta svolgendo nel panorama internazionale. Partendo dalla Pianura Padana per giungere allo sfruttamento incondizionato dei terreni Africani, si scoprirà un mondo in cui l'agricoltura lascia lo spazio alle autostrade e, forse, a un disegno nascosto per ottenere acqua pulita. Successivamente, si parlerà quindi della credibilità del Fondo Italiano Investimento, e della crisi del "distretto del salotto".

Si comincia col tema preponderante della puntata. Oliver de Schutter della Lehman Brothers spiega come pochi anni fa si sia innescato il meccanismo del prezzo del cibo legato a quella del petrolio. Da quando infatti prodotti come il grano sono entrati in borsa, la speculazione su loro è stata sempre maggiore. Con la diminuzione petrolio e la possibilità di ricavare dai cereali carburante, la terra è diventata infatti un bene preziosissimo. E il paese dove i terreni coltivabili e la mano d'opera sono meno care è senz'altro l'Africa. A Dakar, la trasmissione mostra una grande mobilitazione di gente del posto contro l'accaparramento di terreni a discapito dei contadini locali.

Le società che intendono acquistare i terreni sono Senhuile e Senhethanol: ambedue sono dedite alla produzione di biocarburanti. Dietro queste poi, vi sono Abe America e Abe Italia .

A Dakar, Lamin Thiau, attivista della società civile, spiega come la società rurale abbia approvato il progetto di sfruttamento intensivo all'insaputa dello stato.

Actionaid fa notare come la produzione verso l'esportazione, imposta dalla capitalizzazione di questi territori, abbia reso l'Africa ancora più povera. Greenpeace allerta anche sul disboscamento in Indonesia per ottenere "biodiesel", con un massiccio rilascio dell'anidride carbonica sull'atmosfera e il rischio "estinzione" tigri.

In pianura Padana, per produrre bioenergia, sono stati utilizzati 360 mila ettari di terreno per produrre mais: tutti terreni tolti alle coltivazioni tradizionali. Il tutto viene esacerbato dal fatto che questo sistema ripaga molto di più i contadini. Carlo Franciosi, presidente della Coldiretti Milano, illustra la grossa perdita in termini di spazio dell'agricoltura Lombarda: ne viene tolta una superficie grande quanto il Duomo ogni giorno. Un agricoltore racconta il problema, spiegando che tutti stanno lasciando la zona.

Luciano Orlandi, imprenditore che si occupa di energie rinnovabili, mostra i suoi 710000 ettari di terreno in Kenia, Senegal, Guinea ed Etiopia, e i metodi utilizzati per espandersi: essi comprendono, a suo dire, il rilascio di circa il 30 per cento degli utili alle comunità locali. Poi, Orlandi si dilunga sulle strategie di mercato, che hanno portato, ad esempio, al raddoppio del valore del Mais e degli olii vegetali, legati al costo di carburante.

In Mali, nei pressi del fiume Niger, le coltivazioni miste dei contadini del luogo stanno sempre più lasciando spazio a un mosaico di capitalisti di tutto il mondo. Quel che è preoccupante, però, è il fatto che questi ultimi si impossessino delle terre in maniera gratuita, visto il sistema di accondiscendenza del governo. A chi si oppone, c'è il carcere, dato che i residenti, in queste zone, non hanno titoli fondiari che attestino le loro proprietà.

Tra le multinazionali di sfruttamento, a sorpresa spunta la Banca Mondiale. Klaus Deininger, capo investimenti di questo colosso, lo ritiene un progresso per l'Africa. Ma il capo dei sindacati dell'agricoltura Africani non è dello stesso parere. Infatti, indagini fanno scoprire che l'investimento è stato fatto con fondi nel paradiso fiscale delle isole Cayman, ed è per conto di una società Inglese. Inoltre, il business degli investimenti sta creando una speculazione nei piani alti della finanza, tralasciando le carenze alimentari che questo comporta. Assieme alla guerra per la terra, c'è anche quella per l'acqua, cominciata ai tempi di Gheddafi con la colonizzazione di grossi canali.

Restando in Italia, si parla del fondo Italiano investimento, istituito da stato e banche per aiutare le aziende in crescita. Ma come si decide chi debba fruirne e chi no?

Luca Bondioli, presidente ADICI, spiega come i requisiti per entrarvi a fare parte siano troppo alti: dai 10 ai 100 milioni di Euro di fatturato e una solidità "finanziaria" comprovata. Ma il paradosso è che questo tipo di aziende non hanno bisogno di nessun fondo.

Il rischio, viste le società implicate e le banche, è inoltre quello di conflitto di interessi.

Un altro mistero è la società madre del fondo: la Truestar spa, infatti, pur avendo sede in Italia, è di matrice Inglese, che la possiede al 100 per cento. Il dubbio, a questo punto, è sul destino degli utili delle aziende che hanno aderito al fondo stesso. (continua alla pagina seguente)



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