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NATALE/ 3. La storia di Gaspare, Re Magio "per caso"

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Beato Angelico, Adorazione dei magi  Beato Angelico, Adorazione dei magi

Mi volevano con loro perché… proprio questo è il punto, perché… beh, lo devo dire, dopo tanto tempo non faccio danno a svelare un segreto, perché i Re Magi facevano una gran fatica a sognare i sogni degli uomini, delle donne, dei bambini. Sì, bisognava spiegarglielo, cosa sogna un uomo, cosa sognano un bambino, una donna, un vecchio. Loro sapevano di divinità e di destini, sapevano tutto ciò che allora si poteva sapere sui mondi che sovrastano il nostro e lo dirigono, ma mettere insieme destini e vite di uomini normali, concreti, uomini e donne di tutti i giorni, quelli che si incontrano molto più spesso di giorno che di notte, mettere insieme grandi disegni divini e storie di persone, di famiglie, di popoli, sì, a far questo facevano molta fatica. Leggevano tra le stelle ciò che sarebbe accaduto dei regni e dei potenti, scovavano simpatie divine e antipatie, decifravano, tracciando rotte di stelle, percorsi e strade possibili per chi regnava sui popoli, ma lì si fermavano, il cielo diceva ben poco delle vite quotidiane, delle storie di amori, passioni, sofferenze, solitudini.

Non c’è nessuna costellazione in cielo con una stella sola, per forza loro non sapevano neppure che, sulla terra, la solitudine esiste. Loro erano sempre insieme a discutere, a scrutare, a decifrare, a confrontarsi, a tracciare segni e attribuire significati. C’erano, con loro due, altri magi, alcuni più vecchi, altri meno portati a star svegli la notte, ma tutti molto pronti a recarsi a corte di giorno, veloci di lingua, abili nel mescolare parole seducenti e interessanti anche se, alla fine, un po’ molto vuote di senso. Imparavano qualcosa da Melchiorre e Baldassarre, stando con loro qualche ora a sfidare il freddo della notte, poi si ritiravano con la scusa dell’età, o della famiglia, per poi arrivare per primi a corte a dire la loro sulle questioni del regno. Il loro sapere non serviva granché, il regno non prosperò per le loro sentenze, ma nessuno osava confessare di aver capito poco dalle loro parole. Erano solenni, ieratici, dicevano parole importanti e i dignitari e la corte intera alla fine si accontentavano della loro imponente e colorita presenza, dava lustro al potere senza mai metterlo in discussione. Del resto, si sapeva anche ai miei tempi, le guerre le hanno sempre vinte i soldati che le hanno combattute, non gli aruspici e gli indovini, che alla fine ogni volta proferivano avvertimenti stranamente allineati con le intenzioni di chi comandava, salvo aggiungere, dopo lunghe pause, che… chi voleva vincere doveva combattere con più forza, più determinazione, più coraggio degli altri. Come se cotanta saggezza fosse costata lunghe ed attente esplorazioni dei cieli!

Baldassarre e Melchiorre sapevano di queste vicende di corte, del ruolo pubblico così importante dei loro colleghi così poco propensi alla veglia ma in compenso prontissimi a riscuotere onori e prestigio con la farina di altri, ma lasciavano correre. Anzi forse erano quasi grati agli ambiziosi che contrabbandavano davanti ai potenti ciò che pensavano di aver capito dagli studi e dalle elucubrazioni dei due Magi rimasti nella memoria del mondo, perché, grazie alla loro piccola furbizia, alla loro ambizione, alla loro voglia di visibilità, nessuno veniva a disturbare i miei due amici lasciandoli liberi di studiare e proseguire le loro ricerche. A corte, pochi impegni, perché quando Baldassarre e Melchiorre parlavano dicevano ciò che dalle stelle avevano capito, senza preoccuparsi di come le loro parole sarebbero state accolte. Di solito, non erano le più gradite. Era così, allora.

Ma devo raccontarvi con onestà, adesso, perché io, senza aver né titoli, né sovranità, né sapienza pari alla loro, sono diventato il terzo tra i Re Magi rimasti nella memoria degli uomini. Il perché è presto detto: io ero diventato per Baldassarre e Melchiorre il loro sguardo sul mondo e sulle persone in carne e ossa. Loro guardavano il cielo per ore, io ero capace di guardare negli occhi le persone che incontravo, loro interrogavano le stelle, io non mi stancavo di stare ad ascoltare la gente che incontravo al mercato, per via, sotto un albero a cercar refrigerio dalla calura del giorno, al pozzo. Loro sapevano di disegni divini, io sapevo di storie di uomini, loro conoscevano i destini, io le speranze, i desideri, le sofferenze di quanti incontravo. Loro si affidavano alle profezie e ai vaticini, io avevo preso confidenza con le erbe, scoprendo un po’ alla volta il loro potere nel dare sollievo al dolore, di aiutare a guarire chi stava male nel corpo e nello spirito.



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