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NATALE/ 3. La storia di Gaspare, Re Magio "per caso"

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Beato Angelico, Adorazione dei magi  Beato Angelico, Adorazione dei magi

Li incontrai la prima volta proprio grazie alle mie erbe, una volta che Baldassarre, il più anziano, per essersi perso nelle sue osservazioni notturne troppo poco vestito era costretto a letto, raffreddato e tossicchioso, con le ossa rotte e i dolori reumatici che non lo lasciavano neppure respirare. Lo curai per diversi giorni, accompagnando i suoi miglioramenti con una quantità crescente di risposte che dovevo dare alle sue domande. Mi chiedeva come il Fato entrasse nella vita della gente normale, se i grandi disegni degli astri avevano spazio nei giorni delle persone normali, semplici, che lui non aveva mai incontrato, se si escludeva la piccola cerchia dei servi, delle ancelle e dei dignitari che lo accompagnavano. Io rispondevo come ero capace, sentendomi in soggezione. Gli dissi che il destino scritto nelle stelle non lo conosce nessuno, che nessuno ha un libro dove leggere cosa deve fare, come deve vivere, come può arrivare a sentirsi sereno, in pace con sé e con gli altri. Gli dissi proprio questo, gli parlai di pace, di serenità. Lui mi guardò stupito, obbiettando che non erano la serenità e la pace gli argomenti trattati dal destino, dai disegni degli astri, dalle antiche profezie, nelle quali si parla di regni, di guerre, di vittorie, di gloria, di favori degli dei, non certo di serenità e di pace.

Non so perché, ma gli dissi a quel punto che forse, in tutte le notti che aveva speso per leggere i cieli aveva trovato messaggi importanti per qualche potente, ma gli erano sfuggiti di sicuro i messaggi che potevano interessare tutti gli uomini. Come fai a saperlo, mi disse? L’ho sognato, risposi, e so che anche nei sogni di tutti coloro che ho incontrato, anche di quelli che stavano peggio, anche dei vecchi che chiedevano solo conforto e compagnia prima dell’ultimo viaggio c’è un gran desiderio di speranza e di consolazione, c’è la voglia sempre viva, anche nell’ultima notte, di una promessa di serenità e di pace.

Non disse più nulla, il vecchio Re Magio, ma nei tempi successivi mi mandò a chiamare molte volte la notte, per avermi vicino, a portata di voce, mentre scrutava le stelle, quando non era impegnato a dare lezioni ai giovani studenti che aspiravano a condividere il suo sapere per diventare Magi a loro volta. Senza distogliere lo sguardo dal cielo, mi interrogava, mi faceva domande, mi chiedeva dei sentimenti degli uomini, dei loro impulsi di bene e di male, dei desideri delle ragazze, dei giochi dei bambini. Mi chiedeva cosa c’era nei loro sguardi, nel fondo degli occhi di chi ama, di chi patisce, di chi odia, di chi ha paura, di chi è felice e di chi si è perso e si chiude in se stesso, di chi è tranquillo abbastanza per essere forte e di chi è prigioniero della sua debolezza che trasforma in boria, in protervia, in cattiveria. Ogni tanto, citava un mito, una profezia, un qualche racconto delle storie degli dei e mi chiedeva quanta felicità mi venisse dal conoscere fatti divini che fino ad allora non avevo mai udito. Mi era facile, fin troppo mi pareva, dimostrargli onestamente il mio stupore e la mia sorpresa, ed anche la mia gratitudine per le perle di conoscenza che mi affidava. Ma quanto alla felicità, con la stessa franchezza gli dicevo che essa era molto più vicina, per me, quando leggevo nello sguardo di un malato il guizzo di vita di un inizio di guarigione dovuto certo alla benevolenza degli dei ma anche alle mie cure a base di erbe e di estratti.

Queste nottate con Baldassarre mi piacquero molto, le sue domande, la sua considerazione per me mi parvero un balsamo alle tante ferite che avevo ricevuto, alle tante chiacchiere fatte su di me, alle mille malignità che sapevo esser raccontate su di me per la mia scienza della cura con le erbe così banale e concreta da non essere niente di serio per molti. Anche quelli che curavo, spesso, se non vedevano risultati immediati, cominciavano a dirmene di tutti i colori, a insultarmi, ciarlatano, imbroglione, profittatore, stregone incapace e pericoloso. Io mettevo a disposizione ciò che scoprivo e che sperimentavo su di me. Quello che mi faceva star bene, lo offrivo anche agli altri. Moltissimi me ne furono grati, molti, se avessero potuto, mi avrebbero fatto rinchiudere e condannare. Sentivo accumularsi, dentro di me, una sorta di sordo rancore, un peso di desideri negativi, sentivo risvegliarsi i miei istinti peggiori, quelli che si scatenano dentro gli uomini quando si sentono trattati ingiustamente. Mi sorprendevo a fare confronti, a guardare non con invidia, ma con astio, quelli che, con meno impegno e fatica sembravano portare a casa onori, benessere, stima e ricchezze.



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