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NATALE/ 3. La storia di Gaspare, Re Magio "per caso"

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Beato Angelico, Adorazione dei magi  Beato Angelico, Adorazione dei magi

Baldassarre mi faceva star bene, prendendo sul serio i miei pensieri e la mia conoscenza degli uomini, quando ero con lui sentivo che il mio rancore, un po’ alla volta, scemava, lasciandomi rivedere il mondo, e soprattutto le persone, in modo più chiaro, più limpido, oserei dire più vero. Anche Melchiorre, nei mesi successivi, si unì alle nostre conversazioni, o meglio allo strano dialogo fatto di domande da parte dei Magi e di risposte da parte mia. Le notti divennero notti di veglia, passate a sbrigare in qualche ora la fame di notizie da spendere a corte dei Magi più pigri, per poi cambiare registro subito dopo il loro ritirarsi. Quando restavamo noi tre, iniziavano le domande, con me a parlare a due illustri sapienti che non smettevano mai di guardar per aria senza degnarmi di uno sguardo, se non quando, per stanchezza e per sonno, smettevo di rispondere al loro interrogare. Avevo preso l’abitudine di bruciare mirra, quando ero coi Magi, perché il profumo che si alzava dal braciere sembrava aiutarmi ad essere più lucido, più pronto, più profondo. Anche i Magi mostrarono di gradire, dicevano che il profumo li aiutava ad essere più pronti a cogliere i significati scritti nel cielo, che solo chi ha confidenza con le cose dello spirito riesce a cogliere e interpretare.

Una notte, che ricordo in ogni dettaglio - saprei descrivere la posizione esatta di ogni costellazione, saprei riconoscere il rumore del vento, saprei dire ogni voce ed ogni suono di sentinelle ed animali che perforò il silenzio, quando accadde - Baldassarre e Melchiorre prima si chiamarono a vicenda, indicando una porzione di cielo verso sud, poi confabularono tra loro, poi tornarono a osservare stando immobili per un tempo che mi parve interminabile, fino a che alcune costellazioni, che avevo imparato a riconoscere, scomparvero all’orizzonte mentre altre, dalla parte opposta, si affacciavano alla vista. Alla fine si scambiarono uno sguardo, si abbracciarono a lungo e abbracciarono me, quasi tremando, piangendo di felicità, sospirando, sfregando la barba sulle mie spalle girando spesso la testa verso il punto di cielo che li aveva incantati. Smaltita un poco la concitazione, fu Melchiorre a svelarmi il segreto di quella imprevista e inusuale esplosione di emozioni: a forza di ascoltare le mie risposte e i miei racconti, avevano cominciato da tempo ad interrogare il cielo rivolgendo alle stelle le mie domande sulla pace, la serenità, la gioia degli uomini e quella notte avevano trovato un segno, una stella più mobile delle altre, strana, mai vista prima, che di sicuro doveva significare una risposta, una direzione di ricerca. Le notti successive furono concitate e straordinarie, i due Re sembravano posseduti da una forza davvero divina, stavano ore ed ore di notte a controllare il cielo cercando riscontri puntuali delle letture fatte durante il giorno e di giorno a raccogliere testi e documenti che illuminassero e dessero senso a ciò che la notte avevano visto.

Ai loro occhi, i disegni delle stelle prendevano forma, diventavano messaggio e invito. Ne ricavarono che c’era un viaggio da fare, per andare incontro ad un bambino che sarebbe stato Dio e uomo, avrebbe ricongiunto la terra e il cielo, avrebbe dato sostanza di terra ai sogni e leggerezza di sogno alla vita degli uomini. Si doveva andare a incontrarlo, seguendo un percorso che le profezie e gli astri avrebbero disegnato con chiarezza, a partire da quattro lune più in là. Nel frattempo, bisognava organizzare una carovana, organizzarsi per un viaggio di durata incerta, probabilmente lungo, portandosi dietro ciò che serviva per vivere a un bel gruppo di persone, le loro famiglie, i loro servi, alcuni tra i loro studenti che avevano chiesto di poterli seguire. Affidarono a me i preparativi, mentre loro si riunirono in segreto per decidere come presentarsi di fronte al bambino autore di tanta meraviglia cosmica e terrena. Sarebbe stato un potente, un Dio fatto uomo e un uomo con le sembianze di Dio. Avrebbero scoperto un luogo di eccezionale bellezza, l’unico degno di ospitare sulla terra un evento unico come l’incontro tra Dio e l’umanità. Lì avrebbero potuto presentarsi e ricevere illuminazione. Scelsero gli abiti più eleganti che avevano e doni adeguati alla circostanza: oro, per onorarne la potenza, ed incenso, per rendere omaggio alla sua divinità.

Quando me lo dissero, rimasi perplesso, stupito della loro sicurezza. Abituato ai loro entusiasmi conoscitivi, alla loro fiducia nelle stelle e negli astri, alla loro profonda convinzione che niente potesse succedere senza che una traccia celeste ne portasse annuncio e memoria, cercai di cogliere qualche particolare in più, senza arrampicarmi con forze che non erano mie sulle loro convinzioni, ma senza rinunciare a farmi un’idea sul realismo delle loro aspettative. Provai, l’ultima notte che passammo nel loro palazzo, a chiedere qualcosa di più sulla destinazione del viaggio e su ciò che si aspettavano di trovare. Ne ebbi in cambio gesti ampi delle braccia, un dito puntato verso il cielo, una mezza risposta sulla meta, “Ad Ovest, certamente”, ma poco di più.



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