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NATALE/ 3. La storia di Gaspare, Re Magio "per caso"

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Beato Angelico, Adorazione dei magi  Beato Angelico, Adorazione dei magi

Lì, proprio lì, stava il mistero indagato nelle notti insonni, studiato, cercato e poi inseguito in un viaggio che pareva non dovesse mai finire: un bimbo, una madre, un padre, una famiglia poverissima, dentro una casa di fortuna, nel grande silenzio creato dall’imbarazzo dei visitatori e dalla soggezione degli abitanti del villaggio. Per un momento dubitai anch’io, forte fino a quel punto soltanto di un sogno. Accennai al padre la richiesta di entrare, ad un suo gesto varcai la soglia della stanza e mi avvicinai alla madre e al bambino e li guardai. No, più esattamente io alzai solo lo sguardo, ma furono la madre e il bimbo a guardare me. Mi sentii come trapassato da quegli sguardi, dalla loro intensità. Mi sentii osservato, quasi rovistato nel profondo, e subito dopo mi sentii come a casa mia, tra persone che avevo conosciuto da sempre, che da sempre sembravano aspettarmi, una madre giovanissima e un bimbo di pochi giorni che avevano rotto il confine tra il tempo di ogni giorno e il sempre dei sogni e dei desideri degli uomini, per dirmi sei arrivato, questa è la fine del viaggio.

Furono il mio sospiro e la mia commozione a dare certezza anche ai Re Magi, che, senza aver capito, senza darsi il tempo di studiare e scrutare il cielo a cercare sicurezze divine, entrarono dopo di me e deposero ai piedi del bimbo e di sua madre i loro doni di oro e di incenso. Myriam, la giovane madre si chiamava così, ringraziò dei doni con un sorriso bellissimo, senza dire parola. Joseph, il padre, li prese e li mise da parte, il bimbo si mise a fissare i Re chinatisi davanti a lui, finché sia Baldassarre che Melchiorre parvero capire all’improvviso che davvero lì li aveva portati tutto il loro vegliare, studiare, interrogare le stelle, davanti ad un bimbo che non pareva Dio, ad un Dio che davvero sembrava in tutto e per tutto soltanto un bambino. Solo gli occhi, soltanto gli occhi dicevano di lui qualcosa di più, dicevano di un mistero appena iniziato, di una vita che sarebbe stata densa, colma, stipata di vita. Ma, pensai tra me e me, non poteva che nascere così, da un bambino, lo svelamento del mistero di Dio e dell’uomo, dallo sguardo di una madre, dalla vigile presenza di un padre.

Se i sapienti e i saggi erano arrivati a intuire che un bimbo avrebbe ridisegnato la storia degli uomini e la storia di Dio, ascoltando le voci di profeti e il silenzio del deserto, ebbene, quel giorno, quel bimbo erano la conferma che il loro ascolto e la loro ricerca erano arrivati vicini alla verità. Il mistero di Dio non poteva essere altrove, nessun tempio, nessuna cerimonia, nessun luogo sacro, nessun segno celeste avrebbe potuto contenerlo più dello sguardo di quel bimbo in braccio a sua madre in una minuscola casa di Betlemme in Giudea.

Quasi incantato, mi avvicinai di nuovo, presi dalla mia bisaccia qualche grano di mirra e lo offrii alla madre. Mi parve di capire che Myriam non sapeva cosa fossero. Li gettai sul piccolo fuoco che faticava a tener fuori il freddo della notte ormai calata sul villaggio, sulla casa, su di noi. Si sentì subito il profumo inconfondibile della resina che avevo portato con me, il bimbo allora sorrise e mi guardò di nuovo, allungando la manina verso la mia bisaccia. Mi sfilai la bisaccia e la posai ai piedi di Myriam, che, sorridendomi ancora una volta, mi fece capire che aveva apprezzato il mio gesto, lo aveva capito, che aveva imparato tutto su di me, che avevo un posto nel suo cuore e in quello del bambino. Mi sentii come svuotato di me e pieno dell’affetto che veniva da madre e figlio, un affetto, una benevolenza, un amore che mi riempiva, rendendomi sicuro della rivelazione che mi era stata donata in quel posto inaspettato e così poco adatto, secondo i criteri di noi uomini, a contenere segreti che abbracciano la vita di ciascuno.

Il mio dono era adatto, forse dei tre il più adatto, ad accompagnare la storia di un uomo che doveva crescere ed affrontare la vita, svelando a sé e al mondo il mistero della pace, della gioia e delle serenità, passando attraverso le pene di tutti, pagando di persona, come tutti, il prezzo esoso che è chiesto a chi è vero. Myriam, Maria come la chiamiamo oggi, sono sicuro che usò per sé e per suo figlio la mirra, imparando ad usarla per curare il suo bimbo Gesù e se stessa e, come dicono i saggi, aiutarsi a conservare chiara e netta, bruciandone qualche grano per sprigionare profumo, la memoria dei fatti dello spirito e dell’anima, dell’amore e dei buoni pensieri, del perdono ricevuto e donato, del mistero che sembra lontano ed è a portata di tutti. Hanno detto, dopo, che il mio dono era simbolo di sofferenza e di morte. No, non era un simbolo, era soltanto il dono di ciò che avevo, che conoscevo essere utile a vivere, era un dono che avrebbe lenito la sofferenza anche di Dio, visto che aveva deciso di essere uomo.



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