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MIDNIGHT IN PARIS/ Woody Allen e la sfida all’insoddisfazione della vita

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Una scena del film Midnight in Paris  Una scena del film Midnight in Paris

Per molti, tutti coloro che si cullano delle comodità esistenziali, lo è. Per altri, come Gil, a un certo punto il cuore pulsante della propria vera natura inizia a battere forte, fino a irrompere nell’anima e nella mente di chi deve, da quel momento in poi, fare i conti con ciò che è e ciò che vorrebbe essere. È questo il problema. La strada che si divarica tra la vita che si sta vivendo - in qualche modo - e quella di cui si vorrebbe essere protagonisti. Che risponda ai propri sogni, ai propri desideri espressi, ma repressi. A causa, questo, delle circostanze. Perché una serie di situazioni, più o meno convenzionalmente riconosciute, rendono difficile il distacco.

Se, dunque, nei confronti della Golden Age perduta, il sentimento si piega al sapore di una malinconica nostalgia, in questo secondo caso l’insoddisfazione diventa frustrazione accettata. Fino a quando tutto esplode. Perché se non si può tornare indietro nel tempo, si può scegliere di vivere una vita diversa. La propria vita, quella che meglio si adatta ai propri sogni. E anche l’amore, secondo Woody Allen, risponde a questa regola. Si può decidere con chi dividere le proprie giornate. Chi deve essere questa persona? Qualcuno con cui si condividono le grandi o le piccole cose della vita? Qualcuno con cui l’intesa prescinde da qualsiasi convenzione perché affonda le radici in un inspiegabile senso di appartenenza? O qualcuno che si è incontrato nel proprio cammino e che realizza, rispetto a noi, un incastro che non è perfetto, ma soddisfacente, in qualche modo.

Ripiegato ancora una volta verso l’incapacità di godere di ciò che si ha (e perché si dovrebbe, se non è ciò che si vuole?), Woody Allen regala una storia certamente malinconica ma positiva. In cui il protagonista, per una volta, non lascia che sia il Fato a decidere per sé, ma raccoglie i fili della propria esistenza lasciando andare quelli troppo esili per reggere al peso del tempo che passa. E alla vera felicità. Con un finale che non è scontato, se lo si attribuisce a Woody Allen, ma un po’ banale, retorico e smielatamente romantico nel contesto drammaturgico. Ma siamo a Parigi, verso cui il regista lancia una vera e propria dichiarazione d’amore. Che lo rende, a dire il vero, un po’ lezioso e intriso di autocompiacimento intellettuale nel continuo citazionismo di autori del passato, siano grandi scrittori, importanti personaggi storici o artisti.

In questo Woody Allen non perde terreno rispetto alla sua abitudine di essere talvolta troppo autoreferenziale e auto compiaciuto. E ce lo racconta anche quella Parigi barocca, bohemien e nascosta che si oppone al luccichio di una città ricca e glamour. In quelle mezzanotti che ti raccolgono su una carrozza e ti portano via, lontano da dove sei e là, dove vorresti essere. Ma non bisognerebbe aspettare la mezzanotte per trasformare i propri sogni in realtà.



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