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RABBIT HOLE/ Un film senza "lieto fine" sulle diverse strade per affrontare il dolore

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Una scena del film Rabbit Hole (Foto Ansa)  Una scena del film Rabbit Hole (Foto Ansa)

Le due donne non sono solo due madri, anche Nat ha vissuto e continua a vivere il dramma della morte (avvenuta in circostanze del tutto diverse) del figlio Arthur (“è come un mattone che ti porti sempre in tasca. A volte non ci fai caso e te ne dimentichi, ma poi c’è sempre qualcosa che ti spinge e rimetterti la mano in tasca”).

 

Ma non ci sono solo Howie, Izzy e Nat nel percorso di Becca. C’è anche Jason (Miles Teller, al suo debutto), l’adolescente con la passione per i fumetti coinvolto nel dramma della morte del piccolo, a cui la vita è cambiata. La donna gli si avvicina senza rabbia, ma con tante domande. Jason la guida alla scoperta degli universi paralleli: ci sono altre vite che stiamo vivendo oltre questa, ci sono vite in cui siamo felici e dove le cose stanno andando diversamente.

 

L’intera narrazione, così come il finale, è misurata, realistica e coerente con l’intenzione di non rendere banale una storia che avrebbe potuto facilmente cedere al fascino dell’happy ending. Becca e Howie, ormai consapevoli dell'ineliminabilità della sofferenza, si ricongiungono in un percorso comune.

 

(Michela Maisti



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