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VENTO DI PRIMAVERA/ Dura e toccante ricostruzione di una pagina storica poco nota

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Una scena di Vento di primavera  Una scena di Vento di primavera

LA RECENSIONE DEL FILM "VENTO DI PRIMAVERA" - E’ l’estate del 1942 . La comunità ebraica di Parigi vive in tranquillità sulla collina di Montmatre, nonostante la stella di David che ognuno di loro deve portare appuntata sul petto la esponga allo scherno dei cittadini. Una minaccia ben più grave sta però per abbattersi su di loro: un’inattesa retata della polizia la notte del 16 luglio. Tredicimila persone, tra cui moltissimi bambini, vengono dapprima rinchiuse nel Velodromo d’Inverno (ben ricostruito in Ungheria), poi condotte al campo di Beaune – La – Rolande, dove tra privazioni e maltrattamenti attendono ignare il loro destino, la deportazione in Polonia.



La pellicola, che la regista francese Rose Bosch aveva in mente da oltre un decennio, si articola in tre grandi momenti: la quiete della quotidianità a Montmartre, la reclusione forzata vissuta con stupore e sgomento, e la vita nel campo, tra rassegnazione e paura, fino al terribile momento della partenza per i campi di concentramento polacchi, quando i bambini vengono separati dai genitori. Parallelamente, vengono ricostruite le fasi dell’accordo tra il Governo di Vichy e la Germania di Hitler. A fare da contrasto con la durezza dei fatti narrati, rivive in alcune scene anche la quotidianità dello stesso Hitler, che scherza con i suoi ospiti sulla terrazza del Berghof.



L’Olocausto non è certo un soggetto nuovo per il cinema, si potrebbe quasi dire inflazionato. Questo film però vale una visione già solo perché fa luce su una realtà, quella dei campi di concentramento francesi, finora quasi sconosciuta. Inoltre la regista, come già accaduto ne “Il bambino con il pigiama a righe” di Mark Herman del 2008, sceglie come punto di vista principale quello dei bambini, ai cui occhi la crudeltà degli adulti appare incomprensibile.



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