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Cinema, Televisione e Media

IL CIGNO NERO/ Dopo The Wrestler un altro omaggio alla sofferenza che anela la "libertà"

Già regista di The Wrestler, Darren Aronofsky mette in scena un film, spiega MATTEO CONTIN, sulla trasformazione della protagonista, in cerca di se stessa

Natalie Portman e Darren Aronofsky (Foto Ansa)Natalie Portman e Darren Aronofsky (Foto Ansa)

Lo schermo è nero. Il teatro, il sipario, il pubblico sono neri. Nina è bianca, i suoi piedi, il suo abito. Nina punteggia il terreno scuro e lucido del palco, con i suoi piedi sembra ricamare la trama dell’oscurità del luogo. Tutto è perfetto, la luce dall’alto la illumina. Dalle quinte compare traballante e sicuro un ballerino. Qualcosa si rompe dentro Nina. Il ballerino adesso è un corvo, un corvo gigante che cattura Nina e la confonde. Ora Nina è di nuovo sola, con il teatro, il sipario e il palco scuri. Avanza bianca sulle sue punte, prima che tutto la inghiotta.

Sin dalla sequenza di apertura, Il cigno nero di Darren Aronofsky scopre le sue carte e ci immerge subito, con violenza e sensualità, nella moltitudine di temi e ossessioni che andranno a comporre il film. Sin dal suo esordio dietro la macchina da presa (Pi greco - Il teorema del delirio), Aronofsky si è sempre dimostrato essere un regista della psiche, capace di entrare nella mente e nelle ossessioni dei suoi personaggi, scavando nelle loro profondità e portandole poi a galla con uno stile registico che fosse capace di rispettarle (non per niente il suo Requiem for a dream è, ancora oggi, l’unico film in grado di affrontare il tema delle dipendenze in maniera diretta e originale).

Quando nel 2008 The wrestler trionfò al Lido, ci trovammo davanti a un film solido e ben diretto, in cui Aronofsky sembrava essersi lasciato alle spalle la mente e i suoi labirinti per approdare ai lamenti e al livore della carne. In questo senso, Il cigno nero rappresenta il punto di unione nella filmografia del regista, proprio per la straordinaria capacità di unire nello stesso fotogramma anima e corpo, pensieri e carne, ossessioni e ferite, riportandoci alla mente, pur con le dovute differenze, i lavori migliori del canadese David Cronenberg (omaggiato a più riprese durante il film).