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CARISSIMA ME/ La "sfida" di Sophie Marceau per capire cosa vuol dire diventare adulti

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Una scena del film Carissima me (Foto Ansa)  Una scena del film Carissima me (Foto Ansa)

La donna oscilla tra il desiderio di lasciare l’infanzia chiusa in un cassetto e non tornare più indietro, come si è sempre ripromessa, e la curiosità di riscoprire quella bambina capace di scrivere parole di una sconcertante onestà. Alla fine vince lei, la Marguerite di sette anni, e la manager che aveva tutto ritrova l’unica cosa che le mancava e di cui credeva di poter fare a meno: il suo passato.

 

Nonostante la struttura classica e il meccanismo già visto del bambino “più adulto dell’adulto”, la storia non è poi così scontata. Se non altro, non è presente la svolta che l’habitué delle commedie americane si aspetterebbe: la manager che rinuncia al successo per trasferirsi in campagna e che molla il fidanzato ricco per rimettersi con lo spiantato amore d’infanzia. Le scelte di Margaret non sono banali e portano a riflettere su cosa, da adulti, ci separi dai sogni coltivati da bambini, sul loro vero significato, al di là delle apparenze.

 

“Voglio diventare una principessa”, scriveva da piccola. Desiderio assurdo e impossibile? Nel senso letterale, forse, ma non nelle sue implicazioni psicologiche. Ci sono molti modi in cui una donna può sentirsi una principessa, anche senza salire su un trono. Il viaggio di Margaret la mette a confronto con il sottile rapporto tra immaginazione e realtà, tra la percezione del mondo che si ha da bambini, senza il filtro della disillusione e del pessimismo e, soprattutto, senza il peso dei ricordi, e da adulti, quando la paura condiziona le scelte e la personalità.



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