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EASY GIRL/ Un brillante college-movie, dove quel che conta è essere "unici"

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L'attrice Emma Stone, protagonista di Easy girl (Foto Ansa)  L'attrice Emma Stone, protagonista di Easy girl (Foto Ansa)

Prendete un college, poi prendete dei ragazzi e metteteceli dentro con i loro desideri, i loro sogni e i loro problemi. Sembra facile fare un film con questi pochi eppur stimolanti argomenti. Diventa difficile soprattutto nel momento in cui il regista e lo sceneggiatore decidono di essere originali in quello che, forse, è il sotto-genere più tipico (e quindi abusato) del cinema statunitense. Si potrebbe tastare il terreno del fantastico (Voglia di vincere o il recente Twilight), spingere l'acceleratore sui personaggi tipici del luogo (la serie televisiva Glee) o giocare al ribasso senza snaturare nulla ma aggiornando ai tempi che cambiano, come succede in Mean girls (sempre un po' troppo bistrattato). Oppure lo si può fare come lo avrebbe fatto John Hughes.

 

Olive Penderghast non è brutta, non è sfigata, non è neppure antipatica: è solo invisibile. La cosa non le dispiace poi molto, anzi, le permette di seguire con serietà gli studi, di coltivarsi le giuste amicizie e di ritagliarsi i suoi spazi all'interno del college (come un rapporto amicale con il prof. di letteratura inglese). Non le piace parlare della sua vita privata, forse perchè non ne ha veramente una, ma per far stare zitta l'amica di sempre, si inventa un finto appuntamento finito con una notte di bruciante passione. Quando la voce inizia a girare, il suo ruolo all'interno del college cambia improvvisamente: tutti si sono accorti che lei esiste e tutti pensano che lei sia una ragazza facile. Per prenderli in giro, Olive inizia ad andare in giro con una gigantesca A rossa sui vestiti e a costruirsi una fama di femme fatale del tutto inventata.



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