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127 ORE/ Il "doppio" film che è un viaggio interiore per scoprire la vera libertà

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James Franco in 127 Ore (Foto Ansa)  James Franco in 127 Ore (Foto Ansa)

Aron Ralston, giunto nella piena maturità della giovinezza, grande sportivo e amante dei vasti spazi delle canyonlands dello Utah, entusiasta dell’azione e della libertà, decide di fare un lungo giro solitario in mountain bike nell’area del Blue John Canyon. La giornata e i paesaggi sono splendidi e il nostro incontra casualmente anche due belle ragazze con cui fare tuffi in un laghetto nascosto.

 

Ma il tempo è davvero bello, perché accontentarsi? Salutate le ragazze e ritrovatosi da solo decide di percorrere un profondo e stretto crepaccio che sprofonda nel cuore della roccia. Incautamente, Aron muove un masso che, cadendo e riassestandosi, si incastra contro le pareti del canyon bloccandogli il braccio destro. Il protagonista, che si era attrezzato per un’uscita di un solo giorno, si trova senza cibo e con poca acqua; qui comincia l’odissea del film 127 ore.

 

Verrebbe facile, a questo punto, pensare a una storia tetra e claustrofobica in cui l’approssimarsi lento della fine viene scandito dal muoversi delle ombre e dai cupi pensieri del protagonista. Ma gli eventi di 127 Ore si evolvono diversamente. Dal momento dell’incidente la narrazione si svolge su due piani, quello dell’esperienza presente e quello dell’esperienza passata: due logiche temporali diverse ma nello stesso tempo legate inscindibilmente dalla persona che le vive (o le ha vissute).



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