Cinema, Televisione e Media
giovedì 31 marzo 2011
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In poco più di un mese questa è la terza volta che la questione si ripropone. Prima c’è stata l’idea di Alessio Butti, capogruppo Pdl in Commissione di Vigilanza, di impedire di trattare lo stesso argomento in due talk show diversi nella stessa settimana (se al lunedì Bruno Vespa si fosse occupato di giustizia, nei giorni successivi Floris, Santoro e Paragone non avrebbero potuto farlo). Poi è arrivata la pensata delle conduzioni “a targhe alterne” per consentire l’alternanza di un giornalista di orientamento contrario a quelli attualmente in video (in pratica, dimezzare il numero di puntate di Ballarò, Annozero, L’Ultima parola, In mezz’ora). Infine, ecco l’applicazione della par condicio ai talk show di approfondimento (l’obbligo di ospitare tutti i rappresentanti delle liste in lizza alle amministrative del 15 maggio). E’ lo stesso escamotage che già l’anno scorso portò alla sospensione dei soliti Ballarò, Porta a Porta eccetera per l’impossibilità ad ospitare tutti i candidati e che, sia il Tar del Lazio allora, sia l’Agcom, l’altro giorno, hanno giudicato improponibile. Perché il regolamento delle Tribune politiche – rubriche di servizio di comunicazione dei programmi elettorali – non è applicabile ai talk show di attualità. Con la stessa argomentazione, ieri il presidente della Commissione di Vigilanza Sergio Zavoli ha rigettato la proposta della maggioranza. Tre tentativi in poche settimane, finora andati a vuoto, di spegnere l’informazione politica. E’ facile prevedere che la partita andrà avanti ancora, con altre pensate.In fondo, con sfumature e tecniche diverse siamo sempre dalle parti di Sofia, la città dalla quale il 18 aprile 2002, Berlusconi lanciò il famoso editto bulgaro accusando Biagi, Santoro e Luttazzi di fare “un uso criminoso” della televisione pubblica. Allora, zelanti esecutori diedero seguito alla richiesta di “non permettere che questo avvenga”, togliendo dal video i destinatari dell’editto. Se si fosse imboccata una strada diversa - magari delle sanzioni, delle lettere di richiamo, il diritto di replica - forse oggi non ci troveremmo ancora in questo impaccio. Perché, fatte le dovute distinzioni, nove anni dopo stiamo ancora assistendo al braccio di ferro tra una parte politica e il mondo dell’informazione, compreso quello che non milita nelle schiere di Santoro & Co. Infatti, eccessi e faziosità stigmatizzabili a parte, è convinzione anche dei giornalisti moderati che mettere la sordina o sospendere i talk show, per giunta alla vigilia delle elezioni amministrative - e qualcuno, non troppo malignamente, ha notato anche dei processi al premier - è un provvedimento illiberale che restringe i confini del confronto democratico e della circolazione delle idee. Tanto più in un momento in cui ce n’è maggior bisogno.
Credo che non avrebbero molti ascolti
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