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HABEMUS PAPAM/ Il segreto di Moretti che batte le congiure di Dan Brown

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Moretti tra i cardinali in una scena di Habemus Papam (Foto Ansa)  Moretti tra i cardinali in una scena di Habemus Papam (Foto Ansa)

Imprevisto. Habemus Papam di Nanni Moretti c’è arrivato fra capo e collo come non ce l’aspettavamo, tenero e amaro insieme, sapido e strambo allo stesso tempo. Sinceramente, dopo la pesantezza confusa de Il caimano (ma alla luce dell’attualità ci piacerebbe rivederlo) temevamo applicasse alla Chiesa e a chi la guida certi brutti vizi del Moretti cittadino, spesso tentato dal demone della superiorità morale.
Invece, il film ci ha del tutto spiazzati, nel suo voler raccontare la Chiesa - e la Chiesa istituzione in uno dei suoi passaggi più sensibili: l’elezione di un ipotetico nuovo successore di Pietro - al di là delle mura vaticane. Poteva scegliere la strada di un racconto sul potere, sulla ricchezza, sugli scandali, sulle segrete nefandezze alle quali una certa ossessione laicista si ostina a ridurre il cattolicesimo. Invece, ha scelto di ritrarla attraverso una semplice compagnia di uomini, il collegio cardinalizio, fatta di anziani preti acciaccati ma sostanzialmente sereni, nessuno dei quali brama il soglio pontificio come compimento della propria “carriera”, portatori di piccoli vizi tutto sommato innocenti, figli del proprio tempo e della propria latitudine di provenienza, rispettosi gli uni degli altri e consci del gravoso compito che li aspetta (casting strepitoso fra l’altro, quasi tutto composto di grandi vecchi della scena teatrale italiana).
Poi c’è lui, il prescelto, che ha il viso stanco e i grandi occhi malinconici di un grandissimo Michel Piccoli. È il candidato a sorpresa su cui convogliano i voti dopo varie votazioni di stallo, che accetta senza sapere fino in fondo cosa lo aspetta e che al momento decisivo, la prima apparizione al balcone di San Pietro, cadrà in una profonda crisi depressiva.
Moretti guarda con toccante partecipazione all’avventura umana di questo novello Celestino V figlio della nostra modernità. E pur senza credere mai che proprio nelle ambasce di quella drammatica scelta possa farsi largo quella Presenza pur amata e riconosciuta dal nuovo Papa, ne indaga i rovelli con mano felice. Quel vecchio tremante e commosso, fragile e incerto, è un uomo come noi. Ha una storia personale e delle preferenze (il grande amore per il teatro di Cechov, i cui versi sa a memoria); chiede aiuto e ha bisogno di restare solo; scappa dal Vaticano, ma solo per immergersi in una quotidianità che forse non ricordava più.



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