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HENRY/ L’effetto Tarantino spazza via il "verismo" di un film

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Il regista Alessandro Piva al Torino Film Festival (Foto Ansa)  Il regista Alessandro Piva al Torino Film Festival (Foto Ansa)

Presentato al festival del cinema europeo di Lecce, dopo essere passato a Torino, Henry dimostra l’irritualità del suo autore Alessandro Piva: che dopo essere emerso come enfant prodige del nuovo cinema del 21° secolo (LaCapaGira) e aver cercato un’affermazione nel cinema di serie A (Mio cognato), cerca di non farsi risucchiare dalla pessima tv (La scelta di Laura) con un film tanto libero e indipendente da non aver trovato ancora una distribuzione.

Henry è il nomignolo criminale dell’eroina, quella che lega Gianni, accusato dell’omicidio di uno spacciatore e di sua madre, la sua ragazza Nina, che si sente colpevole e dà involontaria protezione al vero colpevole, uno spacciatore rivale che vuole smascherare il tradimento di Gianni, il commissario Silvestri e il suo assistente Bellucci che indagano sul delitto. Doppi e tripli giochi, segreti e la resa dei conti finale.

Piva parte da un romanzo di Giovanni Mastrangelo e costruisce un noir crudo e violento, completamente girato in digitale a basso costo comincia con realismo frontale vicino a Caligari (L’odore della notte, Amore tossico) e finisce in un tripudio di spari, sangue, eccessi che paiono quelli di un Tarantino di seconda mano.



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