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HENRY/ L’effetto Tarantino spazza via il "verismo" di un film

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Il regista Alessandro Piva al Torino Film Festival (Foto Ansa)  Il regista Alessandro Piva al Torino Film Festival (Foto Ansa)

Il film sembra infatti una ronde intorno alla droga e alla dipendenza giocata sul versante criminale, a differenza del pessimo Il sesso aggiunto di Castaldo, anch’esso presentato a Lecce e in uscita il 29 aprile, che gira intorno alla filosofia della droga, che racconta una Roma periferica (Tor Pignattara e Centocelle) abitata da un’umanità corrotta eppure disperatamente vogliosa di riscatto, di vita e di amore: Piva utilizza moltissima camera a mano, il sonoro in presa diretta sporco e addirittura confessioni in camera su sfondo digitale come fosse un’inchiesta televisiva, ma poi quando deve far quadrare il cerchio si adagia su una poetica pulp di maniera, a base di botte, sangue e morti ammazzati che mandano a farsi benedire il verismo di fondo.

È questo il difetto principale, e grave, della sceneggiatura, nell’indecisione e negli sbagli di tono che rovinano una certa grezza forza del tratteggio di luoghi e personaggi, mentre la messinscena è spesso poco adeguata, ricordando quella di molti, troppi giovani cineasti alle prime armi che pensano che la somma di Tarantino, videocamera e indipendenza dia sempre come risultato la bellezza.

Spiace per Piva, che mestiere ne ha un bel po’, e per un cast ben composto in cui tra un Gioè figlio di Maurizio Merli e una Carolina Crescentini che migliora di continuo, l’unico a essere spaesato e fuori parte è il di solito impeccabile Paolo Sassanelli.

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