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THE TREE OF LIFE/ Quelle domande "ultime" di Malick che hanno trionfato a Cannes

mercoledì 25 maggio 2011

Al suo quinto lungometraggio in 38 anni di carriera dietro la macchina da presa, Terrence Malick - accostandosi più ad Andrej Tarkovskij che a Stanley Kubrick - cerca di dare espressione all’indicibile, tentando di filmare l’irrappresentabile. Il risultato? Forse qualcosa che differisce dall’opera epocale da molti attesa, ma che si (im)pone fin dalla prima visione come un poema visivo e sonoro di proporzioni senza precedenti e attraversato da uno struggente lirismo; un’esperienza a suo modo “rivoluzionaria” in quanto personalissima, quindi unica e irripetibile, squadernata alla maniera di note e pagine dal diario di una grande anima caratterizzate da un immenso talento espressivo e da un’inattesa e sotterranea vena autobiografica. Quella di un uomo che non vuole certo rabbonire con filosofie new age o umanesimi a buon mercato, ma suggerire a quanti vengono raggiunti da queste nuove Confessioni in celluloide quella che è la conquista della conoscenza di sé e del mondo maturata nel corso di una vita: la propria.

Non una sterile speculazione fine a se stessa, ma una drammatica riflessione esistenziale su Vita, Grazia, Natura, Libertà, Male, Dolore, Perdono, Morte e Destino che vuole aprirsi (e aprire) a domande radicali piuttosto che “con-cludere” un discorso, registrando un poderoso dato di fatto: l’appartenenza di questa umana epopea - che ne reca l’impronta - a un Disegno tanto misterioso quanto buono. Annunciatissima e indiscutibile Palma d’oro al Festival di Cannes 2011.

Ci sia consentita una premessa di carattere personale: chi scrive non era ancora nato quando 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey, 1968) usciva nelle sale portandovi la sua epica peregrinazione che andava da “L’alba dell’uomo” a “Giove e oltre l’infinito”, mentre invece era solo un bimbo quando Blade Runner (1982) di Ridley Scott - denso di umori e atmosfere che avrebbero fatto epoca - vi arrivava con tutto il suo struggimento per le «lacrime nella pioggia» di un replicante «più umano dell’umano».

La passione per il cinema che si è molto più tardi prepotentemente accesa - sorta da altri (pochi) titoli - si era quindi dovuta accontentare, per entrare in contatto con le opere dei periodi citati e di quelli precedenti, dei soli strumenti a portata di mano, ovvero televisione, videocassette e dvd. Questo amore ha poi avuto ovviamente la possibilità di continuare e maturare anche in sala, dove si è d’un tratto scoperta la presenza di qualcuno riemerso chissà da dove che guardava le cose come non le avevamo ancora guardate o viste guardare.

Allora (era la fine degli anni Novanta) La sottile linea rossa (The Thin Red Line) ci investì come una potente rivelazione, di cui oggi - dopo l’immenso e indimenticabile The New World - Il nuovo mondo (The New World, 2005) -, The Tree of Life rappresenta una straordinaria conferma che lascia anche più ammirati e commossi, come appassionati e come uomini, quasi si trattasse di un regalo, di un cordiale e definitivo atto di amicizia da parte dell’autore, Terrence Malick.




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