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LO STRAVAGANTE MONDO DI GREENBERG/ Follia e insicurezza in un film sui falsi ostacoli della vita

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Una scena del film Lo stravagante mondo di Greenberg  Una scena del film Lo stravagante mondo di Greenberg

Cos’ha di stravagante il mondo di Roger Greenberg? Assolutamente nulla. Il suo mondo è sicuramente strano (ma nell’accezione meno positiva), in un certo qual modo è anche un mondo scomodo in cui Greenberg non riesce a trovare un posto per sé. È, in una certa misura, anche un mondo-calamita che lo attrae e allontana, dipende dal punto in cui si trovano i due poli.

E allora perché l’ultima fatica di Noah Baumbach (sodale di Wes Anderson) esce in Italia con un titolo così fuorviante, che richiama impropriamente nella testa degli spettatori quel “Favoloso mondo di Amelie”, distante anni per tono e storia da un film profondamente drammatico che piega i meccanismi della commedia a favore del racconto di una crisi esistenziale (fil rouge dell’intera filmografia di Baumbach, anche come sceneggiatore)?

Florence è una giovane ragazza di Los Angeles che, in attesa di un impiego migliore, lavora come tuttofare presso la famiglia di Philip Greenberg. Quando la famiglia parte per le vacanze, lascia alla ragazza il compito di badare alla casa e agli animali domestici, con l’avviso però che a giorni arriverà a casa suo fratello Roger. Roger Greenberg, da poco uscito da un istituto psichiatrico a causa di una profonda depressione, non la disturberà nei suoi compiti, si occuperà solamente della costruzione della cuccia per il cane.

Dopo aver approfondito con i suoi film precedenti i rapporti familiari, Baumbach si concentra unicamente sul personaggio protagonista, facendo uscire fisicamente dalla narrazione la famiglia, escludendola dalla vita del protagonista. Quali sono le cose che rimangono? Innanzitutto il racconto psicologicamente complesso di Roger Greenberg e, in seconda battuta, lo strano rapporto sentimentale che lo lega a Florence.

Baumbach si dimostra essere uno dei pochi registi statunitensi in grado di gestire con una grande umanità un personaggio fastidioso e sgradevole come Greenberg, che, con coraggio, è assurto al ruolo di protagonista nonostante l’evidente incapacità di empatizzare con lo spettatore. È questa la grandezza (e il coraggio intrinseco) del cinema di Baumbach, ovvero la capacità di assurgere a specchio di una generazione personaggi sgradevoli e profondamente insicuri, personaggi che viaggiano guardando sempre nello specchietto retrovisore, uno specchietto il cui unico compito sembra solo quello di mostrarci il passato nella sua eccezione più negativa, quel passato che è un muro con mattoni di errori e sbagli creatore di fobie, ossessioni, manie.



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