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THOR/ Il film di Branagh porta Shakespeare tra i fumetti per parlare di responsabilità

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Una scena del film Thor (Foto Ansa)  Una scena del film Thor (Foto Ansa)

L’eroe deve morire, sacrificarsi per gli altri, prima di risorgere e salvare il popolo, meritare la fiducia paterna ed essere in grado di governare un regno. Il vero leader è colui che rinuncia alla propria individualità per il bene comune (un concetto che serve sempre ripetere, anche in un cinecomics).

La mano di Branagh si vede eccome, nelle citazioni shakesperiane che definiscono la trama e i rapporti tra i personaggi. La lotta tra gli eredi, il rapporto complicato tra i figli e i genitori, il nemico nascosto in seno alla famiglia reale sono temi classici, ma indagati con la profondità che ci si aspetta dal regista dell’Amleto.

Sorprende il complesso personaggio di Loki, il figlio del nemico, adottato da Odino che però gli preclude il trono, scatenando la sua gelosia e il suo complesso di inferiorità. Piace il guardiano dall’armatura dorata, Heimdall, che obbedisce al suo re finché gli ordini sono giusti, ma si ribella di fronte all’abuso di potere.

È meno interessante, invece, la storia impossibile tra i due amanti divisi dal destino (anzi, in questo caso, dalla distanza tra i due universi), risolta in modo sbrigativo e senza una particolare intensità. A dire il vero, il film funziona meglio nella parte ambientata ad Asgard, nel maestoso palazzo reale, tra i superpoteri e gli effetti speciali che suggeriscono un universo epico degno del fantasy moderno. Spostato sulla Terra, Thor si trasforma in un muscoloso ragazzotto alle prese con un appetito da guerriero e con un gruppo di fisici che studia i fenomeni parascientifici (perché prima o poi la ragazza umana dovrà pure trovare un modo di ricongiungersi al suo innamorato celeste).

A metà strada tra la storia epica e il cinema commerciale, Thor non è un capolavoro. È un fumettone mitologico rivisitato in una chiave fantasy contemporanea, con tanto di 3D, ma in mano a Branagh riesce a salvarsi.



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