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IL CASO/ Altro che Santoro, così Berlusconi ha perso la sua sfida in tv

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Michele Santoro (Foto Ansa)  Michele Santoro (Foto Ansa)

I programmi nel mirino della critica del centrodestra sono sempre in attivo. Finanziano la Rai anziché esserne finanziati. Inoltre, esiste il telecomando e ci si può sempre sintonizzare su Qui Radio Londra, Porta a Porta, L’Ultima Parola. Non si paga il canone se si apprezzano tutti i programmi, dal primo all’ultimo. Ma se si ritrova nel servizio pubblico qualcosa che gli altri network non offrono.

Se in buona parte del Paese, per qualche tempo si è sperato che l’egemonia culturale della sinistra avesse iniziato la sua fase calante, in televisione questo tramonto non è mai cominciato. La destra si è espressa attraverso il potere di veto, incapace di proporre personalità autorevoli e credibili. Al governo in politica, è rimasta all’opposizione in tv. Anzi, per meglio precisare: il berlusconismo ha tentato, senza riuscirci, di rovesciare il tavolo attraverso i reality show, l’infotainment, i programmi di cucina che hanno invaso tutti i palinsesti. In sintesi, attraverso il consumismo relativista.

È da questi programmi che il berlusconismo è stato rappresentato in questo decennio (Il Grande Fratello venne trasmesso per la prima volta da Canale 5 nel Duemila, conduttrice Daria Bignardi, responsabile della promozione Fabrizio Rondolino, ex uomo di Massimo D’Alema). Ma ora che i format hanno imboccato la fase discendente, quel tipo di televisione soddisfa prevalentemente gli strati medio bassi della popolazione. Il pubblico più istruito si condensa su La7, Raitre e Sky. Così il mancato salto di qualità del berlusconismo nel campo dell’informazione, rende ancor più dolorose le tante occasioni perse.

Come già stiamo vedendo in questi giorni, è assai probabile che la filosofia dell’ostruzionismo tornerà prepotentemente di moda.



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