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UN ALTRO MONDO/ Africa, integrazione e famiglia per un "cambiamento" che non convince

giovedì 2 giugno 2011

Dopo il devastante esordio di quasi tre anni fa con l’orribile Parlami d’amore, Silvio Muccino torna nel doppio ruolo di interprete e regista con un film che, come il precedente, prende l’avvio da un romanzo di Carla Vangelista: meno brutto di quello, ma sempre coi soliti problemi d’approccio e realizzazione.

Il protagonista, Andrea, è un quasi trentenne ricco, annoiato, lontano dal mondo che un giorno vede arrivare la lettera del padre fuggito in Africa: sta per morire e per lasciargli il fratellastro Charlie. Così che rivoluzionerà la sua vita. Scritto, oltre che da Muccino anche dalla stessa Vangelista, Un altro mondo è un dramma esistenziale e civile, che accumula temi impegnati come l’Africa, l’integrazione, l’accettazione sociale e sentimentale e via pontificando, ricalcando (quanto scientemente?) i passi del cinema natalizio d’oltre-oceano.

Messa a parte l’insofferenza per storie davvero “fuori dal mondo” di ragazzini ricchi, viziati annoiati e depressi, la pellicola racconta di come la società contemporanea abbia difficoltà ad accettare i cambiamenti, intimi ed esteriori, rappresentati da Charlie, un bambino, africano e per giunta poco simpatico. Muccino, ed è impossibile non pensarci, guarda ai suoi personali “drammi” familiari, a rapporti con famiglie fredde e rigide e, rispetto all’esordio, tiene un tono più curato, non esplode in frasi da antologia del trash e tiene a bada il desiderio di stupire il pubblico optando per una narrazione più sensibile.

Ma tutto, dalla voce fuori campo ai movimenti di macchina alle scelte fotografiche, è enfatico e ridondante, la sceneggiatura è colma di psicologismi mal gestiti (la mamma che spiega i personaggi, la bulimia di Livia) e la regia dopo essersi concentrata su luoghi e personaggio cerca a tutti i costi la scena madre o l’effetto emotivo sfacciato. E lo stesso Muccino mostra i suoi evidenti limiti anche in veste di attore, facendosi rubare la scena prima da Isabella Ragonese e poi da Michael Rainey jr.



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